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Acquitrini condivisi – Apologia della palude

Paolo Vincenti 18 novembre 2014 Apologie Nessun commento

Una fuga di alberi nel Padule di Fucecchio.

C’è il buon gusto, c’è il cattivo gusto. Poi ci sono le cose brutte, strane o repellenti, che però ti piacciono. Così, senza che tu possa darne una ragione. Una sorta di feticismo verso luoghi, situazioni e oggetti che gli altri evitano accuratamente. Un colpo di fulmine che ti incenerisce, provoca demenza precoce o ti fa diventare uno sciamano.

Ho trascorso buona parte dell’infanzia ai margini di una palude (o meglio, “in gronda di padule”, come si dice dalle nostre parti, con una metàtesi tipicamente toscana) e questo ha certamente modificato la mia percezione di questo ambiente particolare.

La palude, nell’immaginario collettivo, identifica il luogo dove non si può costruire, dove non si può vivere una vita salubre. È il luogo metaforico dove si rimane impantanati, da dove non si riesce ad uscire, per quanto ci si possa sforzare. Infido, malsicuro, malsano, come la torbida Palude Stigia dove stanno gli iracondi mordaci e Filippo Argenti (e, prossimamente, Luis Suarez). Come le putride e nebbiose Paludi Morte, che anche gli orchi evitano, ma che sono una tappa obbligata per Frodo, Sam e Sméagol. È vicino a posti simili che troverete quel famoso Motel, oppure enclave ostili popolate da mostri verdognoli e guerrieri cajun. Ma è pur sempre nel bayou della Louisiana, quello setacciato dai veri detective, che sentirete risuonare lo swamp-rock che – dall’epoca Creedence Clearwater Revival fino ai Gun Club – fa vibrare le acque maleodoranti.

Il padule (perché poi la parola “palude” suona come inevitabile affettazione, un vocabolo letterario e un po’ snob) è una terra stabilmente incognita, in quanto continuamente mutevole, perché è quel che resta di un antico lago in via di prosciugamento. E allora ecco sentieri che scompaiono, inghiottiti dall’acqua, per poi ricomparire poco più avanti; lunghissime fughe di alberi che costruiscono geometrie inverosimili e incompiute; vie d’acqua strette come vicoli di una kasbah e profonde quanto una vasca da bagno, da navigare con minuscole barche dal fondo piatto. Il padule è un luogo difficile, dove si scivola, si cade e magari si affoga; è una montagna orizzontale da scalare con gli stivali di gomma, cercando non la vetta ma la via d’uscita più rapida attraverso un labirinto di mota e vegetazione. E quando si impara ad evitare con successo quelle insidie che qui non si chiamano crepacci, ma sabbie mobili, aggallati e vilumate, si prova uno strano moto d’orgoglio e ci si sente un po’ come Stapleton che traccia con sicurezza la strada tra la schiuma verdastra degli acquitrini nel Mastino dei Baskerville.

Il padule è però anche un deserto, terribilmente umido e verdeggiante, ma comunque desolato, attraversato da pochi sporadici girovaghi, spesso armati. Qua e là, vecchie case coloniche cadono pezzo dopo pezzo, e le strade vengono inghiottite dall’erba. Solo gli essiccatoi del tabacco, enormi cattedrali di mattoni rossi, continuano a svettare fieramente, visibili da lontano come caravanserragli, a perenne memoria di un tempo in cui l’uomo si era illuso di colonizzare questo locus terribilis.

L’essiccatoio del Pratogrande, Padule di Fucecchio.

Improbabili esseri viventi proliferano nel fluido fangoso, facendo capolino tra immensi canneti, e hanno un aspetto da bestiario medievale: larve di ditisco, sanguisughe, tritoni crestati. Sono creature oscenamente strane, concepite in un luogo borderline. Narra Erodoto che in una palude è stato sepolto Tifone (“fumo stupefacente”, mostro nato da una masturbazione di Crono e a sua volta generatore di celebri mostri); questa è un’infernale landa terrestre, un altrove che vale la pena attraversare per scoprire un aspetto diverso di noi stessi, un “cuore di tenebra” di erbe marce, carogne di topi e streghe antiche in agguato sull’orizzonte della laguna morta.

Come le soffitte hanno il misterioso potere di invecchiare gli oggetti, così il padule, traboccante di energia ferina, ha la facoltà di rendere la solitudine sopportabile, di farti sentire positivamente disconnesso, liberato da quella coazione che ti fa instaurare rapporti con persone ferocemente impegnate a mostrarti foto del loro dessert. È come un’enorme macchia di Rorschach che fa scattare un corto circuito emozionale: si crea un reset, un vuoto nel profondo e con esso la presa di coscienza di essere dentro un fango fecondo (non solo con i piedi, ma con tutto te stesso), dentro la sostanza malleabile per foggiare qualsiasi forma, in attesa di un raggio di sole che inondi il corpo come il soffio vitale che muove il mondo.

Paolo Vincenti

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Imbrattato muri, fanzines, quotidiani, riviste e siti web. Creato, preservato e disintegrato una mezza dozzina di gruppi musicali. Fiancheggiato rivolte, passandola sempre liscia. Sostenuto posizioni scomode, rotto frontiere tra saperi, sbriciolato immagini e parole.

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