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America coast to coast: cronaca di un’avventura

admin 31 agosto 2015 America Nessun commento
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Oggi 3 Agosto 1983 un sogno diventa realtà. Partiamo in tre: io, Sauro e Watson, con due zaini Intersport telaio in ferro e una valigia con le ruote.

Abbiamo sfogliato guide, letto libri e progettato con cura questo viaggio coast to coast: dall’Atlantico al Pacifico.

Il pacchetto del CTS (Centro Turistico Studentesco) include  il volo (Milano-New York con scalo e pernottamento ad Amsterdam a carico della KTLM),  l’abbonamento per 15 giorni ai Greyhound  (gli autobus con l’insegna del levriero), 5 pernottamenti in motel Travelodge e voli di ritorno (San Francisco-New York, New York-.Amsterdam, Amsterdam-Milano).

Il treno ci porta a Firenze e poi a Milano con  l’entusiasmo e la maturità dei nostri venticinque anni. Lasciamo la piccola Italia, i ricordi di villeggiature semplici o i viaggi all’estero di pochi giorni. Stavolta pensiamo in grande.

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Atterriamo all’aeroporto John Fitzgerald Kennedy di New York. Otto ore di volo da Amsterdam. In Italia sono le 18, spostiamo le lancette dell’orologio indietro di 6 ore.

Centinaia di persone si ricongiungono con amici, parenti, conoscenti. I nomi scritti nei cartelli che cercano gli italiani sono mitici: Mario, Gino, Giuseppe, Ciro.

Dopo i controlli di routine (ma non  è stato semplice avere il visto per gli Stati Uniti) raggiungiamo, con il pulmino JFK Express, la metropolitana.

Il programma del primo giorno prevede l’alloggio presso l’ostello YMCA (Associazione Giovanile Maschile Cristiana)… sì proprio la sigla della famosa canzone dei Village People!

Arriviamo all’ostello con le nostre forze, cartina e subway sono sufficienti per raggiungere qualsiasi punto di New York. Entriamo nella hall e ci mettiamo in fila per la registrazione.

In questo albergo hanno soltanto camere singole e come dice il nome dell’ostello sono riservate a uomini. Ben presto ci accorgiamo che non siamo capitati troppo bene.

Puzza, muffa, guanciali mollicci. La hall, bella e accogliente, è uno specchietto per le allodole. Il posto non merita il costo di quasi venti dollari che abbiamo pagato, fortunatamente soltanto per un giorno.

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Eppure c’è di peggio, guardo fuori dall’ oblo della mia camera striminzita e scorgo barboni che selezionano l’immondizia. Cerchiamo un’altra sistemazione. Troviamo un hotel dove pernotta il personale delle compagnie aeree. Ce la spassiamo, ma consumiamo in cinque giorni circa un terzo del nostro budget. Siamo imbarazzati a caricare i nostri zaini da proletari sugli ascensori lussuosi dell’hotel.  Ma non Watson che è stato il maggior azionista del cambiamento di alloggio. Per lui che ha la valigia con le ruote, va decisamente meglio!

Visitiamo New York a tempo di record. In cinque giorni riusciamo a vedere praticamente tutto quello che ci interessa. China Town, Little Italy, Central Park, Greenwich Village, EastVillage. Saliamo sull’Empire State Building, prendiamo il battello per la Statua della Libertà, facciamo una foto sul ponte di Brooklyn e ci soffermiamo davanti alle Torri Gemelle.

I quartieri a New York cambiamo continuamente dimensione, si mescolano razze e insegne, si abbattono edifici e se ne costruiscono di nuovi. La città è in perenne movimento.

In banca cambiamo i traveler’s cheque in bigliettoni verdi. Con questo sistema siamo più sicuri perché gli assegni si possono bloccare e sono rimborsabili, anche se dobbiamo dire che abbiamo girato New York con la metro in lungo e in largo e non abbiamo mia avuto problemi.

L’8 Agosto, verso sera, alla stazione dei Greyhound  comincia il nostro viaggio on the road.

Nelle stazioni degli autobus ci sentiamo a casa. Si può mangiare, bere e stare al fresco. Ogni posto a sedere ha un monitor dove, infilando una moneta, si può guardare la televisione.

Il nostro itinerario è già stabilito, lo seguiamo rigidamente. Apriamo il  foglio grande di quaderno dove è disegnata la mappa con le tappe del viaggio:

New York,  Cleveland (Ohio), Chicago (Illinois), Des Moines (Iowa), Omaha (Nebraska), Kansas City (Missouri), Tulsa (Oklahoma), Oklahoma City (Oklahoma), Albuquerque (New Mexico), Flagstaff (Arizona), San Francisco (California).

Non sappiamo di preciso quanto soggiorneremo in un luogo, ma non vogliamo cambiare percorso. Al limite possiamo derogare la sosta. Per esempio come prima tappa arriveremo a Chicago transitando per Cleveland, senza fermarci a Cleveland.

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Siamo degli stakanovisti della programmazione come Furio nel film Bianco Rosso e Verdone, ma  è l’unico modo per fare questo viaggio in venticinque giorni.

Comincia così la nostra avventura che non è la traversata di Kerouac e nemmeno la riscoperta dell’America di Henry Miller descritta nel libro Incubo ad aria condizionata, ma è comunque un viaggio affascinante e le emozioni siamo certi che non mancheranno.

Salutiamo la skyline di New York. Partiamo…

Su questi autobus che sfrecciano veloci ci sono le persone più disparate. L’americano medio viaggia così. I Greyhound sono come gli aerei: orari perfetti, organizzazione perfetta. I treni sono troppo cari e non riescono a coprire tutti gli spazi di questo vastissimo paese.

Mentre scrivo  davanti a me c’è una giovane ragazza americana in shorts. Fisico esile, capelli biondi e viso carino con lentiggini. Sto tentando di filarla da un bel po’. Cerco un pretesto, una scusa per attaccare discorso. Di lato una signora lavora tranquillamente a maglia e dietro i francesi (latini difficili), hanno aria snob.

Ce n’è per tutti i gusti e per tutte le tasche. La Pennsylvania  sfila dai finestrini e il tramonto attraverso i vetri offuscati del pullman diventa color turchese.

Ripenso ai cinque giorni trascorsi a New York. La gente vive là come da qualsiasi altra parte, solo che nella Grande Mela tutto diventa speciale.

Manhattan è un inferno di cristallo, la pioggia artificiale lava le strade, ma le ragazze sorridono a chi le saluta. Se le guardo da italiano, mi dicono Hi che vuol dire ciao.

Tutto il mondo è paese. L’America continente del futuro, ha ancora qualcosa del vecchio mondo. Ha gli stessi geni che si sono sviluppati in maniera diversa.

Città multirazziale New York, di incroci, di cani bastardi che frugano nei bidoni della spazzatura. Città di ragazze nere con gli occhi a mandorla.

Megalopoli difficile e violenta che trova sempre qualcosa di nuovo da offrire. Tra i blocchi di vetro e di cemento il sentimento sopravvive nello sguardo di una splendida ragazza etiope.

Intanto il mezzo prosegue indisturbato, se ne frega dei ricordi, non può lasciarsi prendere dalla nostalgia. Va via, veloce come un levriero tra le piante e i boschi della Pennsylvania sull’Interstate 80. Il giorno si fa più scuro, l’aria è più fresca. Cleveland e Chicago sono davanti, New York è alle spalle.

La ragazza in shorts si chiama Penny ed è diretta a Cleveland dove vivono i suoi genitori. Se in 9 ore di viaggio non fossi riuscito a parlarci, mi avrebbero tolto la cittadinanza italiana.

«See you again - Ci vediamo» mi dice.

Continuiamo inesorabili verso Chicago. Ci vogliono ancora 7 ore.

Il 9 Agosto approdiamo a Chicago. Ci aspettiamo i gangster e troviamo il vento del lago Michigan. Prendiamo alloggio in un appartamento Travelodge e ci tuffiamo nel Loop  (il quartiere degli affari)  tra i grattacieli più belli del mondo.

Ci siamo mangiati un’altra ora rispetto all’Italia, spostiamo l’orologio ancora indietro. A una baracchina conosciamo due ragazzi di Verona. Hanno uno zaino uguale identico al nostro e anche loro vogliano arrivare in California. Non sanno dove dormire, perciò li invitiamo nel nostro appartamento. Sistemano il sacco a pelo sul pavimento e usufruiscono della piscina del condominio.

Il lago Michigan è grandissimo. A guardare l’orizzonte non si capisce che si tratta di un lago, potrebbe essere un mare. Non si vedono confini di terre emerse.

Andiamo a mangiare tutti insieme in un McDonald, ormai siamo un gruppo rock, ci chiamiamo  “Quattro zaini e una valigia”.

I ragazzi partono il giorno dopo, ci diamo appuntamento a San Francisco il 24 Agosto a mezzogiorno all’inizio del Golden Gate Bridge. Chissà se ci ritroveremo?

Chicago ci veglia per un’altra notte, riprendiamo  il cammino  l’11 Agosto con altre 12 ore di viaggio. Destinazione Omaha (Nebraska), grosso modo siamo al   centro degli States.

Sintonizziamo la radio sulle stazioni locali. La musica country riempie la prateria  immensa che non finisce  mai. Con una multipla possiamo attaccare allo stesso walkman due cuffie. Se non troviamo niente che ci piace,  ascoltiamo qualche musicassetta che abbiamo portato da casa:

La ragazza dietro al banco mescolava birra chiara e seven-up e il sorrriso da fossette e denti era da pubblicità come i visi alle pareti di quel piccolo autogrill mentre i sogni miei segreti li rombavano via i T.I.R. (Francesco Guccini, Autogrill. 1983).

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Transitiamo da Des Moines capitale dello Iowa. L’autobus si ferma per una pausa. Mettiamo qualcosa sotto i denti e via andare…

Mangiamo come capita, più che altro in strada, dagli ambulanti che preparano hot dog con ketchup, mostarda e altre salse sconosciute. Occorre battere in velocità i rivenditori per avere un panino senza salse. Il nostro stomaco comincia  a soffrire, ma non possiamo fare altro.

A Omaha ci fermiamo soltanto una notte perché il tempo passa veloce. Siamo già al decimo giorno di vacanza.

Serve una decisione drastica e allora rotta sud-sudovest. Salpiamo il 13 Agosto per Albuquerque (New Mexico): 25 ore di viaggio. Ci perdiamo Kansas City (Missouri), Oklaoma City e Tulsa (Oklaoma) che vediamo soltanto nelle soste.

L’autobus sfreccia maestoso. Salgono e scendono persone, si mescolano, fanno amicizia, si salutano e si scambiano indirizzi. Se sei un buon osservatore capisci subito con chi hai a che fare.

Adesso è notte, i passeggeri accendono la luce spot per la lettura oppure sonnecchiano. Il buio al di là dei vetri ti avvolge, ma qui non ti senti solo. L’autista si ferma per una fetta di torta e un caffè lungo bollente: una risciacquatura, ma sempre meglio che niente.

Arriviamo a Albuquerque nel primo pomeriggio, troviamo un luogo arso e desolato. Siamo un po’ preoccupati, ma poi la sera cambia tutto. Caroselli di auto con lo stereo a tutto volume, ragazze che urlano dai finestrini e fanno cenni incomprensibili. Ě il fine settimana, la gente si vuole divertire. That’s all right!

Guardiamo l’orologio all’angolo di una strada e ci accorgiamo che dobbiamo andare indietro ancora di un’ora. Ad uno spaccio compriamo una bottiglia di Jack Daniel e ci divertiamo anche noi.

Si  riparte il giorno dopo, destinazione per Flagstaff (Arizona): la nostra base per visitare il Gran Cayon e le riserve degli indiani Hopi e Navajo.

Flagstaff è una tranquilla cittadina di montagna. Tutto è lindo, pulito, ordinato. Si sta bene, potremmo fermarci qui, su questa comoda panchina, in questo parco di fronte alla public library, ma ci tocca la prima escursione.

Nel giorno di Ferragosto, che qui non viene festeggiato, partiamo per il Gran Canyon. Osserviamo dall’alto le profonde gole scavate dal fiume Colorado che, per come lo vediamo noi, sembra un rigagnolo lontano. Eppure in milioni di anni ha scavato la roccia e creato questi canyon impossibili.

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Incontriamo due ragazzi di Livorno che sono stati qualche giorno accampati sul fiume, in un piccolo campeggio. Sospendiamo la rivalità millenaria tra pisani e livornesi che comunque è infinitamente minore del tempo che ci ha messo il Colorado a costruire questa architettura meravigliosa. Ci mettiamo a parlare.

« Laggiù è bellissimo, ma devi portare cibo e acqua perché non c’è niente. Per comprare qualcosa da mangiare devi fare sei chilometri a piedi e allora deh! tanto vale  restare senza mangiare.»

Watson, ha più coraggio di Napoleone, sale su uno dei piccoli aerei che si gettano a capofitto nelle gole dei cayon e la può raccontare perché il giorno dopo uno di questi velivoli si sfracella in una parete rocciosa. Ci affrettiamo a chiamare casa perché sanno che il Gran Canyon fa parte del nostro itinerario.

Il 16 Agosto una guida ci accompagna nelle riserve indiane Hopi e Navajo. I  discendenti di quelle tribù native si prestano volentieri ad incontrare turisti. Sono stati due giorni emozionanti.

Ora siamo tentati di cambiare percorso. Il fascino musicale di Denver e il mito di Kerouac ci seduce e ci chiama con il canto di sirene. In fin dei conti basta spostarsi a Nord, circa 8 ore di viaggio e ci siamo. Ma poi dovremmo allungare troppo per arrivare a San Francisco.

Allora eroicamente resistiamo e partiamo per Las Vegas. Preferiamo il vizio e la perdizione al richiamo letterario e musicale.

Las Vegas nasce dal nulla nel deserto del Nevada. A poca distanza dalla Valle della Morte, nasce come città senza storia, costruita per stordire. Ci restiamo 3 giorni e perdiamo la cognizione del tempo.

Non sappiamo se sia giorno o notte, a che ora pranzare o andare a dormire. Qui tutto vive in funzione del gioco. I casinò hanno prezzi modici per mangiare, per bere, e per un sacco di altre cose. L’importante è spendere soldi nel gioco, il resto non costa niente o quasi.

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Non possiamo permetterci di amare la dea fortuna ad occhi chiusi, allora portiamo dietro un budget limitato che inevitabilmente viene azzerato. Ci concentriamo sulla roulette e sulle slot, incontriamo donne meravigliose e sul comodino del nostro letto c’è un catalogo con i numeri di telefono, se per caso avessimo bisogno di compagnia.

Al terzo giorno, Las Vegas come la maga Circe ci lascia andare. Non ci siamo nemmeno accorti che il fuso orario ci ha fregato un’altra ora, adesso siamo a meno 9 dall’Italia.

Il 20 Agosto partiamo per San Francisco dove si concluderà la nostra traversata: 7 ore fino a Los Angeles e poi altre 6 per risalire a San Francisco. Non fermarsi a Los Angeles è stato difficile, ma puntiamo ai massimi livelli e quindi andiamo direttamente al top.

Consumeremo qui tutto il tempo che resta prima del volo di ritorno a New York, prenotato il 27 Agosto. Se avessimo avuto ancora giorni a disposizione saremmo tornati indietro sempre in autobus per toccare quelle città e quei luoghi che non abbiamo potuto vedere: El Paso (Texas), Houston (Texas), New Orleans (Louisiana), Miami (Florida).

Lasciamo da parte i rimpianti e troviamo un albergo passabile che paghiamo in anticipo per tutta la settimana, con i soldi residui cerchiamo di andare avanti.

San Francisco in parte è simile a New York. Solo in parte però perché qui appena ci si allontana dal centro, troviamo case ad un piano, villette a schiera, abitazioni che sembrano le nostre viareggine.

A San Francisco troviamo un clima quasi mediterraneo. Adesso è Agosto, ma qui la temperatura non varia molto tra estate e inverno.

Finalmente possiamo bere un bicchiere di vino. Una sera diamo sfogo alle ultime risorse e ci concediamo una cena di pesce a Sausalito un paese che assomiglia a molte località turistiche italiane in riva al mare.

Da questo osservatorio privilegiato ammiriamo i grattacieli e il Golden Gate  Bridge: la porta del mondo. Sovrasta lo stretto che collega la Baia di San Francisco con l’Oceano Atlantico.

Il giorno 24 siamo di nuovo al Golden Gate per l’appuntamento con i veronesi che però non ci sono. Soltanto quando saremo tornati a casa sapremo da una cartolina che hanno risalito la costa fino a Vancouver in Canada. Loro  viaggiano senza una meta, non hanno i giorni contati come noi. Non sanno quando torneranno e se torneranno in Italia.

Stiamo bene a Frisco (così viene chiamata confidenzialmente la città). La baia si apre alla nostra voglia di conoscere, di capire. Anche qui vediamo persone di tutte le etnie. Respiriamo libertà simboleggiata anche dalle numerose coppie di omosessuali integrate nel flusso cittadino. Arriviamo sulla costa dell’Oceano e ci bagnano i piedi nel Pacifico. Andiamo a Berkeley e ci sdraiamo su un prato di un campus universitario. Mostriamo la tessera del CTS ed entriamo anche nel college.

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Siamo quasi alla fine del viaggio che il 25 Agosto si tinge di giallo.

Non so come, ma riesco a perdere il passaporto. Inizio una odissea infinita tra denuncia alla polizia e domanda al Consolato Italiano per avere il foglio di via che il funzionario data lo stesso giorno previsto per la partenza il 27 Agosto. Nella disgrazia ho avuto la fortuna di smarrire i documenti proprio alla fine della vacanza.

Il 26 Agosto voliamo a New York  e torniamo sull’Atlantico. Domani partiremo per Amsterdam. Non ci conviene allontanarci troppo dall’aeroporto e non lo potremmo nemmeno fare perché siamo al verde. Abbiamo soltanto le lire sufficienti per il treno da Milano a Firenze, da dove poi prenderemo il locale per Pisa.

L’aereo taglia le nuvole. Siamo stanchi, forse dimagriti, ma soddisfatti. Ne avremo di cose da raccontare al bar durante l’inverno…

L’America si allontana, l’Europa si avvicina. Ritorneremo alla vita di tutti giorni, al lavoro o allo studio. Per un po’ guarderemo le nostre vecchie cose con gli occhi del nuovo mondo.

Dopo sei o sette mesi, quando ormai il ritmo italiano ha ripreso la sua normalità, mi verrà riconsegnato il passaporto in buono stato, ma senza la fotografia. Chissà le strade , le situazioni  e le avventure che il documento ha dovuto affrontare per tornare a casa.

 

Fabrizio Nelli

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