canibastardi.it

Bad But Good: l’ultimo Tom Waits – di Eddy Cilìa

admin 27 settembre 2013 Guest, Musica Nessun commento

Bad But Good: l’ultimo Tom Waits – di Eddy Cilìa

Se state leggendo queste righe vuol dire che siete su un blog che si chiama Cani Bastardi. Uno di questi cani mesi fa mi chiese se gentilmente avrei potuto omaggiarlo di un articolo. Proprio così: omaggiarlo. Non è che mi ha detto “guarda, possiamo pagarti poco e al limite in natura”. No, lo voleva gratis. Ci va fegato a chiedermi una cosa del genere (chi mi conosce lo sa) e allora ci ho riflettuto un po’ su e ho deciso che cotanto ardire andava premiato. Nondimeno, siccome cane magari non sono ma bastardo sì e ci tengo a esserlo più di chi mi sta ospitando, ho pensato questo: gli regalo quel mio singolo articolo che odio (fra quelli scritti diciamo negli ultimi vent’anni). Quello che sul mio di blog, Venerato Maestro Oppure, mai e poi mai avrei recuperato. Quello che volevo cancellare dalla memoria collettiva. E invece no: è giusto che resti lì, conservato per sempre in Rete, a memento innanzitutto mio di un momento difficile nella mia lunga vicenda professionale. Quello in cui per quieto vivere accettai di rimettere più e più volte le mani in un mio pezzo che già non mi piaceva in partenza, siccome pessima era la premessa da cui mi costrinse a partire gente trovatasi a gestire un giornale di musica (e che giornale!) per caso, senza nulla sapere né di giornalismo né di musica. Scrissi il cazzo di pezzo senza senso che mi veniva chiesto, ma promisi a me stesso una cosa: che un altro articolo lungo su argomenti non storici non glielo avrei mai dato, a quel giornale, a quella proprietà, a quella direzione. Risoluzione cui sono rimasto fedele. Sono durato ancora un quindici mesi da quelle parti.

Dal 2004: da tanto aspettavamo il successore di “Real Gone”, che infine raggiungerà i negozi il 25 ottobre, e benché Tom Waits davvero non ci abbia fatti annoiare nell’attesa (fra l’altro regalandoci, con “Orphans”, una delle più monumentali raccolte di inediti di sempre e di chiunque) pare un’eternità. Ancora di più ricordando come a inizio carriera in un eguale lasso di tempo di album ne pubblicò sette.

Vale i momenti più alti, “Bad As Me”, di una produzione che di bassi sul serio non ne ha avuti. Al peggio qualche disco che suonava un po’ “di maniera”, ma nella maniera unica (una delle) del nostro uomo. Che pure quando da giovane collezionava stereotipi musicali e letterari trovava puntualmente modo di porgersi come “the one and only Tom Waits”. Già all’altezza del debutto “Closing Time”, quando non era giusto il suo essere pianista a distinguerlo dalla folla dei “nuovi Dylan”, bensì il richiamarsi al jazz più che al folk, a Tin Pan Alley più che al country o al rock, a George Gershwin e Cole Porter nel mentre cantava canzoni di suburbia zozza popolata di aspiranti Charles Bukowski. Musica per organi caldi, massì, di un’eleganza artatamente sfatta. Nei lavori seguenti, sebbene all’interno di coordinate precise, l’evoluzione sarà costante, gli scarti di lato non rari e per certo più frequenti delle cadute nel cliché. A parte che nei suoi solchi vivono creature indimenticabili come il Frankie che si mette un rossetto di Pierre Cardin di Downtown e la Jersey Girl di cui Springsteen inevitabilmente si approprierà, “Heartattack And Vine” andrebbe recuperato e riascoltato con le orecchie del poi. Mica vero che, come ripetono quasi tutti e molti a pappagallo, sia l’album in cui Tom andava pericolosamente vicino a farsi parodia di sé. Quando è invece opera traversata da inquietudini, infiltrata come mai quelle che l’avevano preceduta di rock e chitarre e con per la prima volta (in ’Til The Money Runs Out) un’eco beefheartiana che non si poteva immaginare destinata a riverberarsi all’infinito. Lo scambiano con “Foreign Affairs”, tre anni e due LP prima e quello sì un riciclare inesausto e un atteggiarsi piuttosto che un essere. Eppure sentite che ne diceva l’autore poco dopo l’uscita: “Avevo in mente di affittare un deposito di auto usate e scrivere delle canzoni per orchestra e parcheggio dove avrei utilizzato come strumenti i clacson e le portiere delle macchine. Non se n’è fatto nulla, ma non è escluso che in futuro ci si possa tornar su”. Ci tornerà eccome.

Insomma, quella che con il primo capolavoro per Island si affacci alla ribalta nell’83 uno Waits assolutamente inaudito (che è poi quello che pur con assortite variazioni sul tema è arrivato al 2011) è favoletta che il protagonista medesimo provava subito a smentire: “Tu cerchi di non rimuginare costantemente sulle stesse cose ma, dal punto di vista dei temi scelti, hai la tendenza a finire in una particolare geografia. Sto tuttavia provando ad allontanarmene. Non voglio sentirmi come se stessi disfando una tela che già avevo tessuto per tesserla di nuovo. Credo di avere superato il problema con quest’album. Musicalmente è abbastanza differente da quelli prima, ad esempio non ci sono sassofoni e per me è una conquista”. Nondimeno i miti una base di realtà fattuale di norma ce l’hanno. Anche messo in prospettiva rispetto a una vicenda artistica quarantennale quando allora non erano che undici anni che il Nostro era personaggio pubblico, “Swordfishtrombones” (altra leggenda da sfatare quella di un’accoglienza fredda: c’era qualche mugugno dei cultori più tradizionalisti, ma le critiche erano in massima parte entusiastiche) resta enorme e una palingenesi che tutto rimescolava. Nel mentre al quadro si aggiungevano cose da e di altri mondi che contribuivano a far sembrare nuovo anche ciò che nuovo non era. Oggi per un verso siamo abituati a questo Tom Waits, che alla Asylum pareva talmente alieno da indurla prima a rigettare dei nastri di prova e quindi a porre fine al rapporto; per un altro possiamo riconoscerlo come uno sviluppo e non una nemesi del fratello maggiore. Tant’è che le migliori recensioni e vendite di sempre le ha ramazzate nel ’99 un terzo “primo atto”, quel “Mule Variations” che a sua volta inaugurava un nuovo contratto discografico, con Anti-, e che è sinossi di ciascun Waits ascoltato sino a quel punto e pure dopo.

Ma rifacciamo un passo indietro, torniamo al 1980 ma non ad “Heartattack And Vine”. A un matrimonio, quello che in agosto univa il nostro eroe a Kathleen Brennan, soggettista conosciuta l’anno prima mentre entrambi stavano lavorando (il film non uscirà che nell’82) a One From The Heart, flop storico da ogni punto di vista per Francis Ford Coppola e la cui colonna sonora è, a pari demerito con quella di Night On Earth di Jarmusch del ’91, il solo Tom Waits di cui si possa serenamente fare a meno. Chissenefrega. Sodalizio benedetto dagli dei per l’arte, oltre che per un quotidiano che tre abbondanti decenni dopo sembra reggere e seguitare a fruttare. Senza la levatrice Brennan forse il Waits come lo conosciamo dal 1983 non avrebbe visto la luce. Lei a spingerlo a frequentare Beefheart sul serio e dire che con il Capitano il Nostro nei primi ’70 aveva condiviso un manager. Lei a introdurlo agli spartiti per strumenti inventati di Harry Partch e al teatro d’avanguardia, a Fassbinder e al Fellini più visionario. Lei soprattutto a convincerlo che Son House può coesistere con James White, Howlin’ Wolf con Gavin Bryars, Kurt Weill con gli Einsturzende Neubauten, il gamelan con un jazz non più necessariamente costretto nell’orizzonte esistenziale di un night. Più in là (sin da “Rain Dogs”) Kathleen verrà sempre più spesso accreditata come co-autrice, ma nel senso suesposto si può dire che già “Swordfishtrombones” le appartenga in non piccola percentuale. Questo il suo merito – incommensurabile – piuttosto che quello assai presunto di avere redento uno scapigliato incline alla deboscia che in verità non aspettava altro. “Non vedeva l’ora di avere una casa, una moglie, dei figli”, avrà a rimarcare Rickie Lee Jones, sua compagna negli anni più scapestrati.

In “Bad As Me” Kathleen firma a fianco del consorte in calce a tutti e tredici oppure sedici i brani (sono previste due diverse edizioni) che lo compongono. Al momento di andare in stampa altri credits non sono disponibili e non ci è dato sapere chi suona cosa e dove. Dettaglio sempre più insignificante man mano che gli ascolti si susseguono e l’impressione positiva che se ne ricava da subito cresce sino a farsi esaltazione per lo spettacolo di un artista che, oramai nel settimo decennio di vita, ancora non si è stancato di reinventarsi. Eppure non potrebbe essere che lui dalla marcetta stentorea e roca di Chicago, che apre il programma, al valzer di New Year’s Eve, che ne suggella la versione più breve mischiando al suo i dna di Leonard Cohen e Shane MacGowan. Chiusura perfetta e tuttavia a non procurarvi la versione “Deluxe” vi perdereste tre bonus pressoché imperdibili: nell’ordine, una She Stole The Blush con un basso iperjazz in slalom fra un rimbalzare di percussioni, la classica ballata rock Tell Me e una trottante After You Die. Naturalmente sono però sistemate prima le canzoni che rendono questo disco un secondo “Mule Variations” ma più estroso: forte di una propensione al rischio più pronunciata, di un ventaglio stilistico se possibile più ampio, di un’ispirazione quasi costantemente ad apici olimpici e dunque, e in una parola, superiore. Brusco lo stacco dalla concione che è insieme ossessione errebì di Raised Right Man ai languori country-blues con voce per una volta non da orco di Talking At The Same Time e da quella agli starnazzanti tribalismi Cramps di Get Lost, è un trittico di seduzione immane a condurre alla teatrale sguaiatezza della title-track: alla felpata e dolente Face To The Highway va dietro la giostrina natalizia (facilmente ricollocabile in un “Blue Valentine” o in un “Foreign Affairs”) di Pay Me e a quella lo shuffle confidenziale con mandolini in resta di Back In The Crowd. Se Kiss Me daccapo rimanda ai primi ’70 del Nostro, Satisfied quasi ottunde con i suoi fragori (ma quanto è raffinata quella chitarra bluesata che scivola fra i suoi intersizi!). Piccoli capolavori antipodici, infine, Last Leaf e Hell Broke Luce: da un quadretto di malinconia surrurale a un dispiegarsi di controllata isteria urbana punteggiata da quelle che paiono raffiche di mitra in nemmeno sette minuti. Per Waits sono finiti gli aggettivi. Speriamo non ci dia il tempo di rifarne scorta.

Tom’s Wild Years…

Swordfishtrombones” (Island, 1983) – OK, mancano i sax, come fece notare l’autore presentandolo come una conquista, e però in compenso ci sono trombe e tromboni, corni e cornamuse. E poi, predominanti sugli arnesi consueti del rock, harmonium, banjo, coppe di vetro, percussioni di ogni tipo: anche africane, anche industriali. Il cambiamento posto in atto dal primo LP per Island dopo i sette per Asylum è evidenziato già dall’elenco degli strumenti usati per declinare una musica caleidoscopica e sapientemente disarticolata, coacervo di folk improbabili e cabaret, marcette circensi, blues sciamanico, ballate come incantesimi che fermano il tempo.

Rain Dogs” (Island, 1985) – Avendo sparato alla luna con quello che in molti tuttora percepiscono come un secondo esordio, Tom abbassa il tiro recuperando, fra contorsionismi ed elegie, una forma più classica di canzone. Classicissima in un tris di brani (Hang Down Your Head, Time, Downbound Train) da Springsteen al top. È il disco newyorkese (ma c’è dentro pure tanta New Orleans) dell’artista californiano, cui dà man forte un parterre de rois di musicisti da non crederci. Basti dire che le chitarre sono affidate a Marc Ribot, Chris Spedding, G.E. Smith, Keith Richards.

Franks Wild Years” (Island, 1987) – Tesi, antitesi, sintesi: quella che finisce per delinearsi come una trilogia con protagonista quel Frank Leroux che compariva per la prima volta in scena per l’appunto in “Swordfishtrombones” trova qui compimento e un insuperabile punto di equilibrio. Lavoro che mischia scampoli sinatriani e ballate western, gite sul Bosforo e music hall surrealista, rumbe e siparietti felliniani, ninnananne e jazz da freaks nell’accezione Tod Browning del termine.

And Other Variations

Bone Machine” (Island, 1992) – È il disco più percussivo e sperimentale del Nostro, il più frenetico, rumoristico, atonale, con punte di autentica cacofonia. Nondimeno tutto si tiene, in forza di una teatralità spinta come non mai e di una scrittura capace di piegare ai suoi scopi la forza primordiale del suono. Opera ansiogena e persino apocalittica con nei risvolti però un lirismo che punta il cuore e la giugulare con pari precisione. Grammy Award come “Best Alternative Music Album”.

Mule Variations” (Anti-, 1999) – Sette anni dopo, e alla prima uscita per un’etichetta che più “alternative” non si potrebbe, Tom vince un secondo Grammy, stavolta come “Best Contemporary Folk Album” ed è come dichiarare che nessuno sa davvero dove incasellarlo. Atteso sei anni, “Mule Variations” si fa perdonare con il minutaggio più corposo (70’42”) dell’intero catalogo e con il suo essere a sua volta catalogo di un po’ tutti i Tom Waits ascoltati fino a quel punto. Non il disco più bello del Nostro, però uno dei più rappresentativi.

Orphans: Brawlers, Bawlers & Bastards” (Anti-, 2006) – Cinquantaquattro brani (trenta mai sentiti, i restanti presenti giusto nelle collezioni degli esegeti terminali) distribuiti su tre CD e divisi fra pezzi di ascendenze blues e rock, ballate e composizioni più sghembe o spoken. Negli annali della popular music solamente il Bruce Springsteen di “Tracks” può vantare un’antologia di “scarti” di paragonabile livello.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.687, ottobre 2011.

Risorse Video:
Tom Waits, 21 dicembre 1983 – Frank’s Wild Years

Tom Waits – Rain Dog

Like this Article? Share it!

About The Author

Leave A Response