canibastardi.it

Barra a dritta – Apologia dello slash

Paolo Vincenti 4 maggio 2015 Apologie, Letteratura, Musica Nessun commento
slash
Slash and burn

Slash and burn, cioè “taglia e brucia”. (Salem Al Qassimi, salqass.com)

1) Immagino sappiate già dell’esistenza di un sottogenere letterario denominato slash. È un sottogenere bastardo, nato dall’accoppiamento di altri due sottogeneri, la fan fiction e il racconto pornoerotico. In pratica, si prendono due popolari personaggi di una serie TV o di una saga filmica (Star Trek, Supernatural, Harry Potter, Signore degli Anelli, Sherlock Holmes, Avengers, Thor e Loki, etc.) oppure volti noti della scena musicale (Caparezza, One Direction) – quasi sempre due maschietti – e li si inserisce in una situazione omoerotica o sadomaso. Come pressoché tutta la fan fiction, anche la slash fiction è faccenda scritta da fan più o meno annoiati (prevalentemente di sesso femminile) per altri fan in astinenza di contenuti soddisfacenti. Può anche accadere che vi siano giravolte imprevedibili: tutta la nefanda trilogia delle 50 sfumature è stata sviluppata a partire da una slash fiction nata intorno alla saga di Twilight. Qualcuno è convinto che la fan fiction sia di per sé un atto sovversivo (impadronirsi di un materiale pensato per l’intrattenimento di consumo e tradurlo in un’esperienza attiva e dinamica); di conseguenza, la slashing culture sarebbe sovversione all’ennesima potenza, perché non solo spezza dei tabù, ma si configura anche come un atto vagamente femminista che fa assumere alle donne il controllo di personaggi maschili pensati per altri scopi. E in effetti esistono vari tentativi di nobilitare e sdoganare lo slash come un riposizionamento del testo al di là dei confini dell’eteronormalità, nel contesto della teoria post-strutturalista del queer (http://queertheoryandgenderinfilm.wikispaces.com/file/view/Slashing+the+fiction+of+queer+theory.pdf). Dal mio punto di vista, rimane comunque un passatempo paraletterario per nerd sprovvisti della creatività necessaria a dar vita a personaggi propri e a scenari originali. Un trionfo della noia e della prevedibilità, con in più un contorno di tanta, tanta tristezza. No, non è questo lo slash che mi interessa.

2) Per molti di voi Slash è probabilmente il nome d’arte del chitarrista Saul Hudson, già membro dei Guns N’ Roses, poi compositore, produttore e ‘guitar hero’ in vari altri progetti. Sì, quello con gli occhiali scuri e il cappello a cilindro: come se il piccolo John di Peter Pan fosse stato dimenticato per qualche decennio nell’Isola che non c’è e fosse poi riapparso molto cresciuto, abbronzato e alcolista, a cavare assoli chilometrici da una Gibson Les Paul. Comunque, i Guns N’ Roses non mi hanno mai preso più di tanto, quindi passiamo ad altro.

3) Restando in ambito musicale, per altri come me Slash! (frustata) era il nome di un’etichetta musicale californiana, ora scomparsa, che distribuiva i gruppi che avevano quel quid in più. Da adolescente, quando sentivi il bisogno insopprimibile di chiuderti in una stanza e di innalzare muri tra te e tutte quelle persone che sembravano non capirti, mettere su un vinile Slash! era un gesto liberatorio: Germs, Blasters, X, Dream Syndicate, Los Lobos, Violent Femmes, Green On Red, Grant Lee Buffalo, Gun Club e via discorrendo. Ascoltavi il disco fino alla fine, e poi restavi sdraiato a guardare il soffitto in silenzio per alcuni minuti, come per assorbire fino in fondo quella musica che ti sembrava così bella, mentre scivolava via in equilibrio tra distruzione e salvezza.

4) Ma per restare all’epoca di cui sopra, slash era e continua ad essere quel piccolo segno grafico, quella lineetta obliqua, inclinata da a sinistra a destra, dal basso verso l’alto. Un segno curioso, che congiunge e separa al tempo stesso, che da solo apre universi alternativi all’interno di una frase. Era il segno che compariva costantemente nei vaneggiamenti dei situazionisti francesi, così come negli slogan con cui gli indiani metropolitani tappezzavano i muri della Bologna settantasettina. È l’intreccio a lisca di pesce che tiene insieme le coppie dialettiche, che propone la scelta tra congiuntiva e disgiuntiva (e/o), ma non preclude ritorni e ripensamenti. E in un certo modo condensa tali coppie in un materiale magmatico, in un mutaforma lessicale, una sorta di Terminator modello T-1000 che riesce a penetrare laddove il pensiero sclerotizzato/cristallizzato non può più nulla. Curiosamente, il medesimo segno che in informatica si usa per eseguire l’operazione di divisione o per indicare in modo rigoroso il percorso della struttura gerarchica di files e directory (nei sistemi Unix), è poi lo stesso che rende permeabile la demarcazione avventura/rivoluzione di Vaneigem e che permette un’escalation di contaminazioni progressive. Tanta parte del pensiero eretico contemporaneo ci ha ormai indicato delle vie d’uscita dal mondo delle alternative rigide, ci ha suggerito di compiere mosse inattese o di rovesciare il tavolo: e quella barretta energetica (perché capace di restituire vitalità, vivacità, voglia di resistenza) che sta lì a metà tra il sì e il no è un altro strumento per riuscire a cogliere il reale al di là degli aut-aut che ci vengono periodicamente imposti dalla democrazia dello spettacolo. Lo slash, il simbolo che condivide lo stesso tasto del numero 7 (che in matematica è felice e fortunato), ci chiama a ridefinire senza sosta le possibilità, ad affrontare i cataclismi sociali piccoli e grandi col lucido intento di conoscere, a farsi trovare uniti, non separati, mai soli.

Paolo Vincenti

Like this Article? Share it!

About The Author

avatar

Imbrattato muri, fanzines, quotidiani, riviste e siti web. Creato, preservato e disintegrato una mezza dozzina di gruppi musicali. Fiancheggiato rivolte, passandola sempre liscia. Sostenuto posizioni scomode, rotto frontiere tra saperi, sbriciolato immagini e parole.

Leave A Response