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Franti, Perché era lì – Una recensione di Calogero Giordano.

Cani Bastardi 1 dicembre 2015 Guest Nessun commento
sciopero

sciopero

 

“ho letto con orrore le parole: vera poesia. di vero non v’è nulla che io possa dire, che io abbia sentito da qualcuno, sentire. ora soltanto, riconosco che la poesia è l’abbandono totale della pretesa di essere, di dire di sentire da qualcuno il suo sentire la mia poesia. poesia è il silenzio senza aggettivi: che, in solitudine col proprio silenzioso dire a nessuno nulla, c’è la consapevolezza incomunicabile (là dove io non senta più) e solo vivo del solo vivere e non forzo il corso dei fatti, e nemmeno mi renda esperto combattivo o coerente nel lasciare che via un fatto, un altro lo sostituisca. allorché questo sforzo è incomunicabile allora la mia vera poesia è solo grande denso vuoto, fatto tra i fatti, allora la mia vera poesia si scava una forma tra forme. crescere è l’arbitrario tornare all’origine, al vuoto di una nuda cavità di buio che non conosco e di cui nulla dirò.”
(Stefano Giaccone, dalla raccolta “Corpi sparsi”, autoprodotta, 1993)

“Perché era lì”. La domanda è: come scrivere un libro su Franti?  Del resto come parlare del tuo respiro nell’esatto momento in cui respiri? La domanda non è oziosa, e bisogna essere veramente dei cani randagi, anzi bastardi, per capire che l’unica risposta sta dentro una non risposta. “Quesiti da sciogliere”  all’infinito,sempre e per sempre. Appunto. Perché l’unico modo per raccontare un bimbo bastardo è non raccontarlo. Perché di fronte ad un bimbo bastardo in fuga perenne, puoi limitarti a testimoniarne il costante inseguimento. Perché sì, ERA LÌ, lì dove sta la quindicesima pietra, quella che c’è, ma non riesci mai a trovare, invisibile ad ogni possibile computo. Un libro su Franti, hardcore folk band/collettivo torinese di musiche e culture antagoniste, centrifuga libertaria di sogni che bruciano, immaginario di crisi, colonna sonora da finale di partita, da fine della festa. The party is over, del resto. Lo sappiamo. “No dreams/No Future”, non è uno slogan, ma un mantra lanciato verso il futuro. Urlo. Profezia. Il libro su Franti, che non parla di Franti, nel senso della vivisezione critico musicale di una circoscritta esperienza musicale storicamente e geograficamente delimitata. E se lo fa, lo fa liminalmente, quasi come deriva onirica di una cartolina sfocata dal passato che fa rimbalzare sul  qui ed ora quell’Urlo di cui sopra. Come le immagini del DVD allegato al libro. Tracce di un “sogno di una cosa” così intenso da bruciare gli occhi. Come il bianco abbacinante del ghiaccio che ritirandosi restituisce, settant’anni dopo, il corpo di Mallory. Come certi ricordi personali, legati ad anni belli e duri, che iniziano ad essere lontani ed indefiniti come sogni, come lampi di luce. Come tracce di memoria che riverberano verso galassie future. Come una sera d’inverno su una Fiat 131 azzurra, su in collina, a fumare una canna con tre amici mentre nevica, e “Le loro voci” a tutto volume,per sempre dentro teste e cuori. Come sentirsi Straniero/Estraneo a sedici anni mentre “Io nella Notte”suona  nel buio della propria stanza.  Come un amore giovanile, un amore supremo, perfetto. Come un fratello morto giovane, e quindi per sempre giovane. Come i miei anni a Torino, un secolo fa, ovvero l’altro ieri. Come la sensazione costante di qualcosa  sempre fuori posto. Come la strenua ricerca di qualcosa che non c’è. Questo per me Franti. Impossibile parlarne, ed infatti non ne parlerò.
Del  resto un libro su Franti, frantianamente, non poteva essere che un libro sull’assenza, l’inesprimibile. Il libro è opera collettiva, diviso in quindici capitoli, anzi Pietre. La mia Pietra è la quindicesima, la Pietra finale, quella che dà senso a tutto il progetto. La quindicesima Pietra/capitolo sono quattro pagine bianche, vuote. Franti sta lì. E lì ci sei anche tu. Perché Franti sei tu.
(Franti è un bastardo).

“…Il cerchio è chiuso, perfetto, enfaticamente ripetitivo, ideale di dominio eterno, eterno ritorno, ciclo perenne, galera abissale. Preferisco l’iperbole! Tesa e aperta ricerca,invano,il suo limite infinito, l’indicibile, l’impensabile; è sempre doppia, porta in sè il suo altro da sè e generandolo, si specchia immensa, senza fine positiva negativa…”
(Vanni/ex Vanni, da “Trecento parole”, incipit di “Perché era lì, antistoria di una band non classificata”, Nautilus/Cani Bastardi, 2015)

 

Calogero Giordano

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