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Kit di sopravvivenza n.10

lorenzo.mei 2 ottobre 2014 Kit di sopravvivenza Nessun commento

Qualche giorno fa ho aperto il sito del Corriere della Sera, il più importante quotidiano italiano (per quelli che leggeranno il kit nel 2030: i quotidiani erano dei fasci di carta con le notizie scritte sopra). Il primo titolo, quello più in alto di tutti era “DRAMMA INTER”, e raccontava della sconfitta contro il Cagliari in una partita di calcio. Sotto c’erano altre sciocchezze, tipo un po’ di teste tagliate, qualche discussione su come e quando si possa licenziare la gente, e i soliti sette o otto ammazzamenti tra familiari. Tutto sotto al “DRAMMA INTER”. Nel frattempo un sindaco ex magistrato, che aveva costruito la sua immagine sulla questione morale e sugli attacchi a quello che dava la colpa delle sue condanne ai giudici cattivi, si inchiodava alla poltrona gridando che la colpa della sua condanna era dei giudici cattivi. Il matrimonio di George Clooney nei notiziari è durato quasi una settimana, e sento dire – improvvisamente – che la sua aspirazione è diventare presidente degli Stati Uniti. Nientemeno, e noi che non gli volevamo dare una spiaggetta del cazzo sul lago di Como… Non so voi, ma io a cadenza ormai regolare vengo assalito da una nausea terrificante, scendo la scala a pioli che porta al bunker e apro il kit. E’ fatto per salvarci nel giorno della catastrofe definitiva, ma intanto possiamo cominciare a usarlo per smettere di vomitare.

Dischi - Leonard Cohen, “Popular problems”; Marianne Faithfull, “Give my love to London”. Guardiamo in faccia la realtà: due anni fa il mio disco del cuore è stato quello di Bill Fay, l’anno scorso tra i preferitissimi c’era quello di Roy Harper, nel 2014 Marianne Faithfull si sta ritagliando uno spazio nei piani alti della mia classifica virtuale, e Leonard Cohen ha appena pubblicato un album che, se non è un capolavoro assoluto, ho già ascoltato quelle quaranta-quarantacinque volte sufficienti per passarlo con un voto alto. Il nostro futuro sono i vecchi, c’è poco da girarci intorno, quindi quelli di voi che sentono irradiarsi i primi reumatismi e cominciano a dover usare gli occhiali per leggere questa rubrica, probabilmente sono a un passo da produrre un’opera d’arte di un certo pregio. “Give my love to London”, il ritorno in studio della Faithfull, è un vero gioiello, anche per la bravura con la quale la signora seleziona autori e collaboratori. Le canzoni del disco sono scritte insieme a Nick Cave, Steve Eaerle, Roger Waters, Ed Harcourt, Anna Calvi, Tom McRae, Patrick Leonard. Le cover sono scelte dal catalogo di Leonard Cohen, Everly Brothers, Hoagy Carmichael. Con questo materiale si può fare il botto oppure combinare un pasticcio inverecondo, e Marianne, con l’aiuto dei produttori Rob Ellis e Dimitri Tikovoi, ha evitato il disastro e sfornato un lavoro elegante, profondo, incisivo, praticamente privo di sbavature. La voce è consumata dagli anni (sessantotto) e da una vita non esattamente morigerata, ma è splendidamente espressiva, calda, affascinante anche con il timbro nebbioso che ha acquisito negli anni, e che la rende irriconoscibile rispetto a quella della ragazzina di “As tears go by”. Di Leonard Cohen che volete che vi dica. Anche qui c’è di mezzo Patrick Leonard, che è coautore di tutti i pezzi salvo uno (la vecchia “Born in chains” a cui Leo lavora da decenni) e ha curato la produzione. Sul piano musicale, a dire la verità, niente di straordinario: estrema semplicità, qualche momento non particolarmente ispirato, ma tutto sommato un veicolo efficace per gli splendidi testi, ancora una volta preziosi com’era stato per “Old Ideas”, dal quale non a caso la Faithfull prende “Going Home”. Che Dio, o come scriverebbe lui, D – o ce lo conservi, Leonard Cohen, perché, come giustamente sottolineava qualche giorno fa il nostro amico Stefano Giaccone, c’è un gran bisogno di gente che a ottant’anni ancora “non sa cos’è la vita”. E infatti nel disco, che si apre con un allusivo elogio della lentezza, ci sono molte domande, e praticamente nessuna risposta.

Film – “Una storia vera (The straight story)” di David Lynch. Giorni fa a mezz’ora di macchina da dove vivo c’è stato un festival dedicato al cinema, che ha visto una rassegna dedicata a David Lynch, con la presenza del maestro. Questo mi fa pensare al mio preferito tra i suoi film, e a quanto rimasi colpito la sera in cui lo vidi, purtroppo per me, in tv. Immagino che non ci sia bisogno di dirvi che è basato su una storia vera, e quindi aggiungo che racconta la vicenda di un vecchio che decide di andare a trovare il fratello, che ha avuto un infarto, con cui non parla da molti anni. Non avendo la patente, Alvin decide di mettersi in viaggio con il suo trattorino tosaerba, con cui percorre 400 chilometri, dall’Iowa al Wisconsin. Il film è la cronaca del viaggio, degli incontri lungo la strada, ed è una straordinaria prova di bravura di Richard Farsworth nel ruolo del protagonista. La magia di questa pellicola però sta nella scelta di fondo di Lynch: non mi è mai capitato di godere così tanto per la lentezza di un film, che in questo caso è sincronizzata all’andatura del mezzo meccanico, ma soprattutto è funzionale a concetrare l’attenzione sui sentimenti dei personaggi, e perfino sui nostri che stiamo davanti allo schermo. Sentimenti che per emergere richiedono la stessa lentezza di cui parla Leonard Cohen nella sua “Slow”. Questo film è un capolavoro assoluto del cinema (come la colonna sonora di Angelo Badalamenti), se non l’avete ancora visto, fatelo subito, non avrete difficoltà a trovarlo in dvd e perfino su youtube. Meglio ancora sarebbe vederlo in una grande sala buia, come avrei dovuto fare io al festival: il mio sogno era arrivarci in sella a un trattorino tosaerba, ma a quel punto Lucca non sarebbe stata a mezz’ora di macchina, ma a una quindicina di ore di trattorino da casa mia, e non mi piace guidare al buio quando sfreccio sul rasaerba.

Serie tv - “True detective”. Basteranno la musica scritta o scelta da T Bone Burnett e le immagini della sigla iniziale a farvi innamorare di questa strepitosa serie prodotta dalla HBO, che proprio in questi giorni debutta in Italia su Sky.  E’ difficile distribuire i meriti di questo risultato, e forse bisognerà aspettare la seconda stagione, quando cambieranno storia e protagonisti, per capire quanto le magistrali interpretazioni di Matthew McConaughey e Woody Harrelson abbiano fatto la fortuna dei primi otto episodi, e quanto invece spetti all’autore Nic Pizzolato e al regiosta Cary Fukunaga, entrambi eccellenti. Naturalmente serve un’avvertenza: se vi aspettate un action-thriller con effetti speciali e un paio di eroi che ne sanno una più del diavolo, rischiate di rimanerci male. Questi qui con diavolo ci fanno i conti ogni mattina, e hanno vite che somigliano a un disastro. Se cercate il ciuffo biondo di Simon Baker (The Mentalist) avrete in cambio le ascelle sudate di McConaguey. Qui troverete la desolazione sia ambientale che umana, le domande (ancora loro, come per Cohen) più difficili sul senso dell’esistenza, e le difficoltà quotidiane del condurre una vita che va in pezzi. Poi c’è la vicenda di un delitto atroce, messo in scena nei primi minuti, sul quale i due detective lavorano a metà degli anni Novanta e con cui devono confrontarsi di nuovo nel 2012, alla riapertura del caso. Alla fine di ogni puntata vi sentirete un po’ stanchi, come se le fatiche esistenziali di Marty e Rust riguardassero anche voi, e probabilmente è perché, solo un pochino (spero) riguardano anche voi.

Biglietti – Marianne Faithfull, Teatro del Giglio, Lucca, 28 ottobre 2014. Non serve che spieghi perché se siete in zona vi consiglio di venire al concerto, l’ho appena detto parlando del bellissimo disco appena uscito. Si può aggiungere che nella discografia di questa signora di perle da rivisitare ce ne sono molte altre, da “Broken English”, a “Strange Weather o a “Before the poison”, tanto per citare tre titoli sparsi lungo il mezzo secolo di carriera. Se ci sarete, mi troverete in prima fila.

Libri - Arto Paasilinna, “Progionieri del paradiso” (Iperborea). Un aereo che trasporta taglialegna, tecnici forestali e ingegneri dalla Scandinavia all’India, precipita su un’isola sperduta e sconosciuta. L’eterogeneo gruppo di sopravvissuti si trova a combattere con una natura maestosa ma inizialmente inospitale. Con il passare del tempo, però, si adatta: costruisce abitazioni, si specializza nell’approvigionamento alimentare, organizza un sistema sanitario e assistenziale, e soprattutto inventa un modello sociale ad hoc, con tanto di coppie e famiglie che si formano. Tutto procede linearmente, fin quando uno dei naufraghi escogita un sistema per segnalare al mondo la  presenza del gruppo, che ha ottime probabilità di riuscita. A quel punto arriva l’interrogativo che è la forza del libro: perché mai rinunciare alla vita in un paradiso in cui si vive senza vestiti addosso, senza necessità di riscaldarsi, senza stress, e barattare tutto questo con un ritorno in patria che significa lavorare per pagare le tasse e respirare lo smog di città inquinate? Non chiedetelo a me, perché un motivo valido non ce l’ho.

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