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Kit di sopravvivenza n. 13

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Siete sopravvissuti? Siete ancora lì? Ne sono lieto. Certo non posso attribuirmi il merito della vostra resistenza, vista la pigrizia con cui ultimamente ho distribuito il kit, ma evidentemente avevate risorse sufficienti per ripararvi dagli schizzi di fango che la quotidianità, questo enorme camion della Monnezza Urbana, vi spara addosso. Spero che in questi mesi non vi siate persi niente: dal funerale in carrozza sulle note del Padrino, agli Ungheresi che costruiscono muri antipoveri, ai senatori che mimano la fellatio sintetizzando alla perfezione la propria missione politica, al dirigente di Air France che scappa con la camicia stracciata, citando involontariamente ma mirabilmente George A. Romero. Tutto questo solo per rimanere a ciò che mi salta in testa senza sforzarmi troppo (che si sa, potrebbe farmi male). Ad ogni modo se non siete di Roma credo che non possiate vivere appieno questo ottobre 2015, in cui il sidaco Enrico Letta, a forza di stare sereno ha inforcato la bici con una cartella piena di scontrini, e ha imboccato la discesa dal Campidoglio maledicendo tutti, ma soprattutto qualcuno. Come dite, non era Letta? Ops, scusate, ho sbagliato sereno.

Flowers-Of-Fragility-coverDischi - Elias Nardi Group, “Flowers of Fragility”; John Grant, “Grey tickles, black pressure”. Elias Nardi è un suonatore di liuto arabo. L’albero genealogico delle sue influenze musicali è piuttosto ramificato, ma le radici più profonde e solide sono probabilmente quelle del jazz moderno, del miglior rock progressivo, e ovviamente di ciò che è legato alla tradizione del suo strumento, e che quindi arriva da est. Il terzo album della sua carriera, sia chiaro, è probabilmente il passo migliore mosso fin qui. E considerando che “Orange Tree” e “Tarots Album” erano già convincenti, questo basta per capire che siamo di fronte a un disco italiano di valore assoluto.  Basta ascoltare il pezzo che dà il titolo al lavoro, e che lo apre, per capacitarsene. Oltre a un gruppo che ha trovato una sintesi non comune, che conferma il sodale Carlo La Manna al basso, ritrova Didier Francois alla viola d’amore a chiavi, e guadagna la flautista iraniana Nazanin Piri-Niri e nientemeno che Daniele Di Bonaventura al bandoneon, il valore sta nella qualità delle composizioni (ispirate dalla visita ai cimiteri di guerra delle Fiandre Occidentali), negli arrangiamenti equilibratissimi e in un suono da cinque stelle. Il fatto che ogni musicista che affianca Nardi continui, portando le proprie origini e sensibilità, ad allungare i rami dell’albero di cui dicevo prima, è un altro motivo valido per ascoltarlo. Cambiando registro, non dite che non sono sul pezzo: l’album di John Grant è uscito ieri e sono già qui che ve lo consiglio. Non perché me ne sia già perfettamente impadronito, ma perché Grant proprio non si può ignorare. Il terzo capitolo della saga firmata di questo strepistoso cantante, paroliere al confine tra il dolore e la rabbia, sempre guidato da una magnifica padronanza dell’ironia, mi sembra in qualche modo la somma dei due lavori precedenti. Fin troppo facile dire che mette insieme le qualità cantautorali di “Queen of Denmark” (la title track, per esempio) e le suggestioni electro-dance (“You & him”, per esempio) di “Pale green ghosts”, facile e tuttavia abbastanza corrispondente al vero. Per ora mi limito a dirvi che un pezzo come “Magma arrives” varrebbe da solo l’attesa durata fino a ieri, solo parzialmente tamponata dal doppio disco live con l’orchestra, che era notevole ma che riportava su disco solo un decimo della grande bellezza incontrata tre anni fa a Firenze, al concerto della Sala Vanni.


12112467_10153618605057973_3469730137375473148_nEventi
– Glen Hansard a Milano e Bologna (più Lucca); “Franti: perché era lì” a Torino. Paragrafo piuttosto affollato, questo. Seguiamo ordinatamente il calendario: il leader dei Frames, fresco di pubblicazione dell’ottimo secondo album personale (“Didn’t he ramble”) torna in Italia per due date (più una). Qui non posso usare mezzi termini: che la sua produzione su disco vi convinca o meno al 100%, avrete poche occasioni per divertirvi come a un suo concerto. Hansard è cresciuto come busker,  suonando per le strade d’Irlanda e d’Europa, e ora che gli capita di salire sul palco con Bruce Springsteen ed Eddie Vedder, quella capacità di tenere sempre alta l’attenzione dei passanti gli è rimasta addosso come una prodigiosa qualità da sfruttare nei live. Il 14 ottobre sarà a Milano, all’Alcatraz, il 16 all’Antoniano di Bologna per le due tappe italiane del tour 2015 (senza Vedder e il Boss, s’intende). Il piccolo teatro di Bologna è esaurito da mesi, ma c’è posto a Milano, e il consiglio è quello di andarci, se siete in zona. In alternativa, potete andare a conoscerlo a Lucca il 30 ottobre: non c’è un concerto in programma, ma sarà al Lucca Comics per presentare un progetto nato da un’amicizia e sfociato in un Ep in vinile che ha per copertina un bellissimo fumetto ispirato alla sua recente “Lowly Deserter” e disegnato da Fabio Visintin. Si dà per scontato che Glen avrà con sé la sua Takamine sforacchiata e che canterà un paio di canzoni. Il 30 ottobre però è anche una data particolarmente importante per noi Cani Bastardi, perché finalmente verrà presentato a Torino il libro “Franti: perché era lì. Antistorie di una band non classificata”, a cui ho già accennato in passato e che è il progetto più ambizioso finora partorito nel canile. Gli appuntamenti in realtà sono due: uno il 30 ottobre a El Paso in via Passo Buole (presentazione del libro all’ora dell’aperitivo, live con i frantiani Lalli e Stefano Giaccone a seguire) e programma pressoché identico il giorno dopo all’Officina Spazio 500 (via Lombroso). Non perché l’abbiamo scritto (anche) noi, ma il libro è un oggetto abbastanza strano per essere bello e abbastanza inclassificabile per essere Franti.

WHIPLASH-1-SHEET3Film – “Whiplash” di Damien Chazelle. Non ho (ancora) visto “Inside Out”, dunque non posso ancora esprimermi su quello che molti giudicano il capolavoro definitivo della Pixar. La mia diserzione dalle sale cinematografiche negli ultimi mesi è probabilmente il motivo principale della rarefazione dei kit. Però lentamente recupero: per esempio ho visto da poco “Whiplash”, straordinario film sulla musica, sul jazz, sulla ricerca maniacale della perfezione, su quanto della propria vita sia giusto e lecito sacrificare a questa ricerca. Giustamente premiato con tre Oscar, tra cui attore non protagonista a un enorme J.K. Simmons, parla di un giovane batterista, Andrew, che frequenta il prestigioso conservatorio Shaffer, riuscendo a entrare nell’orchestra più importante dell’istituto, guidata da Terrence Fletcher (interpretato da Simmons), insegnante talmente esigente dallo sconfinare nello spietato, da non scartare la crudeltà come metodo didattico. Lo scontro tra i due avrà conseguenze drammatiche, ma (e qui forse è una mia interpretazione personale) sarà un confronto tra due esseri umani che mettono l’arte al di sopra di tutto, senza alcun limite. Meritatissimi anche gli Oscar per il montaggio e il sonoro, è superfluo dire della musica magnifica che accompagna le scene di questo film che non potete perdere.

indiaLibri - “Il libro delle illusioni” di Paul Auster; “India (complice il silenzio)” di Luca Buonaguidi. Il romanzo di Auster è un libro sulla meraviglia del cinema, anzi no sul dolore originato del lutto più incomprensibile, anzi no sulla purezza dell’arte, sul signifcato e sul valore inestimabile della sua esistenza. Non so dire bene quale sia il modo migliore per descrivere queste splendide pagine che hanno impreziosito la mia estate di lettore, ma forse per consigliarvele basta un accenno alla trama: David Zimmer, un professore universitario, è demolito dalla morte tragica dei suoi familiari, e si imbatte casualmente in un film comico dell’era del muto interpretato da Hector Mann, stella di Hollywood scomparsa nel nulla dopo un breve successo. Decide di scrivere un saggio sulla sua produzione, scovando le poche pellicole sopravvissute: questo porta nella sua cassetta delle lettere un misterioso invito, che pare avere come mittente lo stesso Hector Mann, e che conduce a un’esperienza capace di segnare una vita già segnata. Luca Buonaguidi invece scrive poesie, che sono qualcosa di cui ho un certo pudore a parlare, dal basso della mia sguaiata cialtroneria. Però se incontro parole come “Ho aspettato l’arrivo della poesia/ma questa mi ha disertato,/ho parlato di Dio con un passeggero/ma non l’abbiamo invitato abbastanza/ho pensato alla strada già percorsa/ma mi sono commosso/per quella ancora da fare,/ho dormito in mezzo agli scarafaggi/ma il tuo pensiero è farfalla/che mi vola in fronte/benedicendo ogni pensiero ulteriore/quando ho paura di voler tornare/nel treno che corre e vorrei fermare.//In un attimo poi è arrivata la poesia,/Dio ha preso il posto vicino/e il treno si è fermato.//Ancora, divento cammino di ogni sogno, paura, sospiro.” penso che una testimonianza di viaggio messa in poesia (in questo caso un viaggio in India di cinque mesi) è qualcosa di così prezioso che bisognerebbe farci un kit apposta.

 

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