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Kit di sopravvivenza n. 14

lorenzo.mei 8 novembre 2016 Kit di sopravvivenza, Musica Nessun commento
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Tra poche ore sapremo. Alla guida della più grande democrazia del mondo potrebbe esserci un iperteso ciuffoso che vuole murare vivo il Messico, oppure una ex first lady guerrafondaia che inguatta le email. Mi è sembrato il momento adatto per dare segni di vita, inscatolare un nuovo kit di sopravvivenza e nasconderlo sotto le piastrelle sconnesse di questo blog. Tra l’altro potrebbe tornare utile anche tra un mesetto, quando a scannarsi per il voto saranno i politici di queste parti, quando sapremo se a vincere sul referendum sarà Di Maio, l’uomo che inguatta le mail  a se stesso, o Renzi, il premier che va raccontando, con la mano sotto la giacca, di essere nato ad Ajaccio. Oggi comunque andando in ufficio ho visto un magnifico arcobaleno, e ho capito che questo spettacolo doveva avere un significato preciso: particelle d’acqua rimaste in sospensione dopo la pioggia attraversate dalla luce del sole. Che volete farci, sono sempre stato un tipo  romantico.

cohen-darkerCd - Leonard Cohen “You want it darker”. Il grande canadese è tornato con il suo miglior disco dai tempi di “The future”. Nelle nove canzoni di questo album si respira spesso un’aria di commiato. Una si intitola “Leaving the table”, un’altra (“Traveling light”) si apre con un “Au revoir”, e la title track è ancora più esplicita: “I’m ready, my lord”.  Cohen ha 83 anni, la salute non è più quella del giovanotto settantanovenne incontrato nell’ultimo tour mondiale, e in una splendida intervista al New Yorker di un mesetto fa si era detto “pronto a morire”, salvo poi ritrattare tutto, candidarsi alla vita eterna e annunciare non uno ma due progetti  (un disco di sue canzoni orchestrate da Patrick Leonard e uno di pezzi nuovi). Ad ogni modo quel che c’è dentro “You want id darker” basta e avanza per salutare, come lo ha chiamato qualcuno, il miglior album mai partorito da un ottuagenario. Le musiche sono di grande eleganza e fondono  bene due anime che in Cohen convivono da decenni: quella più romantica, che ama gli archi, le chitarre spagnoleggianti e le melodie, e quella più essenziale e diretta, che non disegna l’uso discreto dell’elettronica. I temi sono quelli cari da qualche tempo: il conflitto, le donne, la vecchiaia e, sopra a tutto, Dio. “Non sono un credente, non mi sono mai considerato una persona religiosa, ma questo è il paesaggio che ho sempre avuto intorno, in cui sono vissuto”. “Hineni hineni”, “Eccomi”, è il martellante refrain della tile track, in cui Leonard indossa i panni di Abramo pronto a sacrificare Isacco (negli stessi giorni in cui Jonathan Safran Foer pubblica un romanzone con lo stesso titolo: “Here I am”, e lo stesso riferimento). E però come spesso accade in Cohen la linearità è solo apparente, e l’accettazione di Abramo diventa il risentimento di Giobbe per le preghiere non ascoltate e per un Dio che permette la sofferenza. Non è un disco luminoso, questo, e nemmeno ottimista, ma non mancano due elementi chiave della poetica di Cohen: l’ironia con cui osserva il mondo e la speranza che sembra resistere a ogni sconforto, a ogni sconfitta.

pj-harvey-2016-uk-europe-tour-dates-tickets-500x331Concerto - PJ Harvey a Milano, Alcatraz, 24 ottobre 2016. Ok, non fate i pignoli: è impossibile mettere in un kit di sopravvivenza un concerto che c’è già stato. Però a quanto pare Polly Jean tornerà da queste parti in primavera/estate, e allora vale la pena di vergare qui qualche riga che vi spinga a non perdere il prossimo appuntamento. Su di lei ho un’opinione un tantino radicale: la considero quanto di meglio il rock abbia detto negli ultimi decenni, e “Let England shake” resta uno dei miei album preferiti degli anni Duemila, e forse anche oltre. Il tour 2016/17 viene fuori dal seguito di quel lavoro, “The hope six demolition project”, che se la gioca col predecessore  (e che secondo me alla fine perde, ma di poco) confermando lo stato di grazia di questa autrice e polistrumentista britannica. Il suo concerto è una specie di messa in scena della perfezione, quasi un atto di prepotenza che violenta un pubblico destinato a subire, godendone, questa dimostrazione di bravura. Ogni momento della serata, ogni nota, ogni suono, ogni silenzio, sono chiaramente scritti sul progetto di PJ ed eseguiti con scrupolo da una band strepitosa, che si appoggia sulle spalle possenti di Mick Harvey e John Parish e si fa forte dei due italiani Asso Stefana ed Enrico Gabrielli. Probabilmente avete già in tasca i biglietti per i Radiohead, a giugno: mettete da parte qualche decina di euro anche per questo live, condiderando che Polly passa di qua una volta ogni cinque anni.

nick_cave__setDvd - Nick Cave, “One more time with feeling”. Anche qui potreste dirmi che il dvd non esiste. Avreste ragione, ma non posso pensare che il film di Andrew Dominik su Nick Cave passato dai cinema italiani a fine settembre prima o poi non venga pubblicato in home video. Ad ogni modo dovete trovare il modo di vederlo, tenendo presente un’avvertenza:  la speranza che Cohen ha sempre conservato, anche nelle profondità abissali della depressione, qui non la troverete. Il documentario parla dell’ultimo album del cantautore australiano, “Skeleton Tree”, ma è soprattutto l’autopsia di Nick Cave, sopravvissuto alla morte del figlio Arthur, precipitato da una scogliera a Brighton, nel luglio 2015. Un evento che non si può dimenticare, che modifica il dna, che influenza la vita di tutti i giorni “Quando dal panettiere una fila di brave persone ti mette una mano sulla spalla e ti dice che capisce il tuo dolore ti chiedi ‘Da quando sono diventato un tale oggetto di compassione?'”. Una domanda difficile, e non del tutto banale per chi  fino al giorno prima era soprattutto oggetto di ammirazione. Il film, prevalentemente in bianconero (la parte a colori è, incidentalmente, quella che convince meno), non ha pietà dei sentimenti di Nick Cave, e nemmeno della sofferenza del pubblico, ma non indulge mai alla rappresentazione isterica e spettacolare del dolore, che è osservato soprattutto attraverso (ed è il senso del farci un film) attraverso il processo creativo che ha trasformato e scarnificato le canzoni di “Skeleton Tree”, scritte prima della tragedia ma registrate dopo. Nick Cave, che non è mai stato famoso per la contagiosa allegria, non è mai sceso così in profondità nella narrazione del dolore come in questo film e in questo disco. Sono due opere che fanno per voi, se siete nell’animo di fare un viaggio simile.

benedizione_kent-haruf-e1442385280340Libri - Kent Haruf, “Benedizione”, “Canto della pianura”, “Crepuscolo”. Questi tre libri compongono la cosiddetta trilogia della pianura. Raccontano un’America semplice, prevalentemente rurale, attraverso le storie di una manciata di protagonisti che sembrano membri di un pantheon dei giusti. “Benedizione” è  la storia di una morte, un inno alla dignità e alla rettitudine, “Canto della pianura” ha al centro una nascita, “Crepuscolo” accenna alla possibilità di una ri-nascita originata da una  perdita. E’ curioso che abbia alternato la lettura di questi romanzi a un’altra triologia, quella “della frontiera” di Cormack McCarthy. E’ curioso perché se in quest’ultimo c’è un pessimismo di fondo e un senso di sfiducia riguardo al destino che muove le vicende della vita, in Haruf si respira un’atmosfera opposta, si confida nell’esistenza di riserve di bontà umana che sembrano in grado di risollevare i protagonisti di vicende dolorose. Cohen disegnerebbe sullo sfondo un paesaggio fatto della misericordia divina, Haruf più probabilmente crede in un senso laico di giustizia che non cancella la sofferenza, ma in qualche modo la sconfigge.

the-young-pope-0-1024x479Serie tv - “The young pope”, di Paolo Sorrentino (Sky). Davvero non l’avete ancora guardato, il papa di Jude Law? Seriamente, non avete visto la signora primo ministro islandese che balla sulle note di Nada, e nemmeno Silvio Orlando nei panni dell’eminenza devota a San Diego Armando Maradona che si vede sottrarre da un pontefice integralista il ruolo di burattinaio delle stanze vaticane? E magari non avete ancora visto nemmeno la suora Diane Keaton che dorme con una maglietta con scritto: “I’m virgin, but this is an old t-shirt”? Ma come fate a sopravvivere senza tutto questo? Senza potervi schierare col partito della cagatapazzesca o quello del gegno! su Facebook? Io non ci ho capito ancora nulla. Non solo sul dove andrà a parare questo papa apparentemente folle, apparentemente santo, apparentemente diabolico. Non ho capito nemmeno se mi piace e quanto mi piace questa serie. Ma come al solito, quando c’è di mezzo Sorrentino, non riesco a non guardarla. E qui parte “All along the watchtower”.

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