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Kit di Sopravvivenza n.9

lorenzo.mei 25 luglio 2014 Kit di sopravvivenza, Musica Nessun commento

Code in autostrada, guerra per la conquista del centimetro libero sulla spiaggia, eritema solare, grandinata oviforme sulla via per una malga sperduta, aereo in ritardo di tre ore, caffè-ciofeca imbevibile, truffa on line, metropolitana bloccata, estate autunnale, fino all’estrema punizione umana: stanza d’albergo con l’aria condizionata rotta. Scegliete voi come farvi del male da qui a settembre, il modo di soffrire un po’ anche durante le ferie lo troverete senz’altro. Certo, ci saranno anche momenti rilassanti, panorami mozzafiato, nuotate salutari e grandiosi plateaux di formaggi. Per tutto il resto c’è il kit di sopravvivenza, pronto all’uso per lenire le piccole amarezze o le grandi incazzature che la nuvola di sfiga personale ci rovescia sul capo. E sappiatelo: non è la VOSTRA nuvola, ce l’hanno tutti. Solo che nessuno sa in anticipo quando comincia a piovere.


Libro -
Lester Bangs, “Deliri, desideri e distorsioni”. Bene, se volete leggere uno che sa scrivere veramente di musica, oltre a cliccare sulla crocetta in alto a destra di questa finestra di dialogo, vi consiglio caldamente di dare un’occhiata a qualcosa uscito dalla penna di Lester Bangs, il miglior critico di musica rock mai esistito. Questo volume raccoglie una serie di suoi articoli usciti su varie riviste nel corso degli anni (è morto a 34, nel 1982 dopo aver lavorato a Creem, New Musical Express, Rolling Stone e The Village Voice) e offre un’idea abbastanza chiara di come, parafrasando Frank Zappa, si possa mirabilmente danzare di architettura. Il bello, è che Bangs, totalmente privo di qualsiasi sindrome da fan nei confronti delle rockstar, è capace di massacrare un disco e una band, per poi cambiare idea qualche tempo dopo, oppure per dirne bene solo a distanza di poche righe, senza che questo intacchi minimamente lo spessore dei suoi pezzi. Tanto per citare qualcosa, sono irresistibili quelli su Lou Reed (con dialoghi-scontri epici) forse i più adatti per calarsi nel mondo di Lester, o sui Black Sabbath, ma tutto il libro è un concentrato di spasso e grande scrittura. Si può cominciare dalla fine, dall’inizio o da metà senza preoccuparsi, perché tanto rileggeremo tutto almeno dieci volte nella nostra vita.

Disco - Jack White, “Lazaretto”. Di solito non ci sono vie di mezzo: White viene considerato il genio rock del secolo o il più grande sopravvalutato degli ultimi quindici anni. In realtà una via di mezzo c’è, e ci abito io. Il precedente “Blunderbuss”, tanto per dirne una, mi era piaciuto al primo ascolto, ma mi aveva stancato alla svelta. Questo secondo disco firmato in proprio mi sembra ben più sostanzioso, tanto da farmi dimenticare la partecipazione a quella presa per il culo fatta con Neil Young dentro quella cabina simil-telefonica. Che va benissimo come supercazzola, un po’ meno come disco. Qui invece semplicemente, secondo me, ci sono le canzoni. E non parlo tanto della prima, “Three Women”, che con quell’organo mi dà un po’ sui nervi, ma della title track che attacca con una linea di basso spiritata e va avanti cantata come se fosse hip hop, o di “Temporary Ground”, che parte con il violoncello country e prosegue con un duetto con Lillie Mae Rische da tormentone. Poi ci sono le percussioni cupe di “Would you fight for my love?”, che cambia vestito un paio di volte ma non perde una stilla di energia, o il blues acido della strumentale “High ball stepper”. Stavolta, ancora meno che in passato, Jack non si ferma mai: i riff sgorgano senza pausa, “Just one drink” sembra roba da Stones, il piano di “Alone in my home” pure, poi fino alla fine si alternano sconquassi come quelli di “The Black Bat Licorice”, chitarrine country come quella di “Entitlement”, e poi ancora su e di nuovo giù. E’ solo un po’ di vecchio su e giù, but I like it.

Serie tv - “Curb your enthusiasm” di e con Larry David. Non sono andato al cinema, ultimamente, non ho noleggiato film che mi hanno entuiasmato e visti gli impegni ai concerti (vi spiego dopo) ho trascurato la tv. Sfrutto l’occasione per segnalarvi una serie della HBO di qualche anno fa, che ha per protagonista Larry David (forse lo ricorderete diretto da Woody Allen in “Basta che funzioni”) nella parte di se stesso nei panni dell’ autore di un’altra serie, Seinfeld, famosissima negli Usa e in passato vista anche in Italia. La linea è molto semplice: David si inventa una specie di finto documentario, calcando impietosamente la mano sul suo carattere impossibile, sulla sua testardaggine, sulle sue fissazioni e, soprattutto, sull’innata capacità di creare imbarazzi e disastri nelle occasioni più disparate: dai funerali ai traslochi, passando per le partite di golf. Temo che i confanetti si trovino solo in lingua originale (inglese) ma confido nella vostra capacità di smanettoni internettiani per reperire una versione sottotitolata in italiano da un semianalfabeta smenettone internettiano.

Biglietti - Jonathan Wilson a Firenze o Jonathan Wilson+Steave Earle a Sestri Levante. Vi do la possibilità di scegliere: Wilson nella cavea del nuovo teatro dell’Opera di Firenze (1 agosto) o doppietta di concerti + doppietta di spaghettini allo scoglio sul mare con Steve Earle (30 luglio) e Jonathan Wilson (31 luglio) nel meraviglioso scenario del Teatro Conchiglia di Sestri Levante. Personalmente sono reduce da un tour de force pazzesco con 15 concerti in 10 giorni dal 10 al 20 luglio (se siete curiosi trovate tutta la storia a questo link), quindi è probabile che mi limiti alla data singola fiorentina. Jonathan l’ho visto un paio d’anni fa a Lucca, ma apriva lo show di Tom Petty e il fatto che non fosse un suo concerto gli costò qualcosa in suono, atmosfera diurna, durata e partecipazione del pubblico. Per questo, oltretutto dopo l’uscita di “Fanfare”, vorrei riascoltarlo in un abito fatto su misura per lui. Pur tralasciando l’ottimo Earle, il problema sono gli spaghettini allo scoglio.

Lorenzo Mei

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