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L’America di Franco Bolelli per Cani Bastardi

Cani Bastardi 2 febbraio 2015 America Nessun commento
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Niente ideologia, per favore. Quando si parla di Stati Uniti d’America –così come quando si parla di ogni altra cosa, del resto- dovremmo tenerci lontani dai giudizi e affidarci al più sano pragmatismo. Se facciamo così, non possiamo non renderci conto che è lì –in quelle tre ore di fuso orario fra l’Atlantico e il Pacifico- che da decenni sono nate tutte le invenzioni, scoperte, innovazioni che hanno mutato, migliorato ed espanso l’esistenza di milioni di umani su tutto il pianeta. Tutte le nuove tecnologie, dalla tv al web, da Apple a Facebook. La ricerca medica e scientifica, fino alla messa a fuoco del nostro dna individuale. Il rock. La liberazione sessuale e il protagonismo femminile. Tutte le più fiammeggianti mitologie cinematografiche e letterarie della nostra epoca. Qualche migliaio di altre cose, fenomeni, prodotti, grandi suggestioni. I malcontenti ideologici scrolleranno le spalle e diranno che tutto dipende dalla ricchezza economica: è una colossale scemenza, credetemi. O meglio, chiaro che crescere in una situazione dove hai a disposizione abbondanti possibilità aiuta non poco: ma se si va a vedere, Steve Jobs e Michael Jordan, Craig Venter e Miles Davis, Quentin Tarantino e Garrett Lisi e Jimi Hendrix e Don Winslow e tutti gli altri come loro, tutti quanti hanno inventato e costruito senza minimamente contare su condizioni di ricchezza e privilegio.

La frontiera, è questa l’essenza di tutto. E’ lo spirito di frontiera che fa tutta la differenza del mondo. La spinta a proiettarsi al di là di tutti i limiti e i confini (“i limiti, come le paure, sono spesso soltanto illusioni”, è la sintesi di quel grandioso filosofo nato nel corpo del più grande atleta di ogni epoca). L’attitudine a ringraziare le mappe che ti hanno portato fino a lì ma poi a fare da te, a spingerti oltre, a farti la tua mappa. Il senso dinamico dello spazio, del movimento, del divenire, del mutamento come condizione naturale. Altri popoli e culture hanno grandi doti e risorse: ma il senso della frontiera, quello è assolutamente americano. E’ per questo che chi vede un America in declino, sbalzata dal suo ruolo di centro del mondo, non vedrà realizzarsi le sue previsioni: altre economie crescono e certamente ridurranno l’influenza americana sul pianeta, ma quello che non può nè estinguersi nè essere fatto proprio da altri è lo spirito della frontiera, il modello americano di relazione con il mondo.

Ogni volta che in tv passa uno dei grandi western (John Ford, Howard Hawks …) non posso fare a meno di tuffarmi ancora in quella storia lì. Perché la mia formazione personale –da bambino– è passata attraverso i western, e oggi più che mai mi rendo conto che film come Sentieri selvaggi, Un dollaro d’onore, Fiume rosso, hanno modellato la mia personalità. Ora non voglio commettere l’errore –molto frequente– di chi attribuisce valore universale alle proprie personali esperienze: ma non posso fare a meno di pensare che al maschile contemporaneo –sto generalizzando– manchi quel senso di impresa, lealtà, coraggio, onore, responsabilità sotto pressione, che è connaturato ai grandi prototipi del western. Sì, da quel modello, sono nate anche tante cose odiose, una mentalità portata all’aggressività e all’arroganza. Ma senza questa spinta a fare, a contare sulle proprie forze, a migliorare costantemente, a compiere imprese piccole o grandi, dove sarebbe mai l’evoluzione?

E’ in questo senso che quella vecchia idea –popolare qui da noi- delle “due Americhe” non sta in piedi. Qui da noi non pochi –eran0 tanti negli anni sessanta e settanta- ancora pensano che ci fosse un’America imperialista e malvagia e un’altra America controculturale e positiva: sì, ovvio, fra Jimi Hendrix e Henry Kissinger c’erano sostanziose differenze, e sì, esistevano ed esistono là come ovunque visioni agli antipodi. Ma credetemi se vi dico che alla fine l’America è una sola e che anche le contrapposizioni più aspre appartengono a uno stesso orizzonte condiviso. Semmai –torniamo alla frontiera- la divisione è fra chi una volta scoperto un nuovo territorio prova l’irresistibile impulso a spingersi oltre e chi si ferma e pianta paletti e filo spinato. Nulla di ideologico, alla fine. Se prendiamo uno dei personaggi più duri verso le multinazionali e i governi, lo vedrete –lui si chiama Eddie Vedder- cantare Star Spangled Banner con la mano sul cuore. O se prendiamo una delle storie più commoventi e tragiche della storia contemporanea americana, lui -Pat Tillman– rinuncia a una carriera da giocatore di football e a un contratto miliardario per arruolarsi nei marines e finire ucciso dal fuoco “amico” in Afghanistan essendo niente affatto un guerrafondaio ma un maverick portato per gli stili di vita meno conformisti. Se guardi l’America con gli occhiali dell’ideologia, puoi star certo che non ci capirai un bel niente.

Anche a me, sia chiaro, ci sono diversi aspetti della cultura americana che piacciono più no che sì. Ma alla fine a vincere è sempre quella cosa che il mio sublime figlio –andato a Los Angeles dopo il liceo, professore universitario là da quando aveva ventisei anni- disse tempo fa. A chi gli chiedeva la differenza fra la California e l’Italia, Daniele rispose così: “in California ti sembra tutto possibile anche quando non è vero, in Italia ti sembra tutto impossibile anche quando non è vero”. Perché quella retorica storia degli Stati Uniti come luogo delle opportunità sarà anche retorica, ma è innanzitutto vera. E’ davvero just do it, we can. Non vuol dire affatto che se ci credi e ci provi con tutte le tue forze ce la farai certamente (non è così facile, purtroppo). Ma è vero che se ci credi e ci provi con tutte le tue forze, è molto più probabile che tu ce la faccia in America che non altrove. Perché i luoghi e le culture che offrono più opzioni, più possibilità di scelta, sono incomparabilmente migliori –con tutti i loro difetti, effetti collaterali, disfunzioni- di quelli che te ne offrono meno. Attraverso tutte le scoperte, le imprese, le opere, i prodotti a cui ha dato vita, alla fine la cultura americana ci ha insegnato –e ancora non ha finito di farlo– a spingerci al di là dei confini, ad allargare, a espandere. Si chiama evoluzione: se non fosse per loro –quelli fra l’Atlantico e il Pacifico– la nostra evoluzione sarebbe oggi molto più lenta, molto più ristretta e incerta.

Franco Bolelli

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