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Libano: Elia Faso e Walter Hausl

admin 10 ottobre 2013 Guest, Letteratura 1 commento

Quando l’avventura ebbe inizio…il comunicato stampa prima della partenza:

“Lunedì 12 agosto 15 studenti dal laboratorio “Il Musicatoio” coordinato dall’associazione Prima Materia sotto il patrocinio dei comuni di Montespertoli e Gambassi Terme, partiranno per un viaggio di 3 settimane che li porterà in 2 campi profughi del Libano: Burj Al Shemali, vicino alla città di Tiro, nel sud del Paese e Beddawi nel nord, vicino Tripoli. I ragazzi suoneranno insieme ai loro coetanei della comunità palestinese, rifugiata nel Libano da ormai 65 anni, ed ai tanti profughi dalla Siria che di giorno in giorno si aggiungono alla già numerosa popolazione di rifugiati.” Il riassunto banale dello scambio potrebbe essere questo, anche se poi per problemi di tensioni interne al paese non siamo andati al campo di Beddawi, siamo rimasti di più a Burj Al Shemali e abbiamo passato gli ultimi 4 giorni nel campo di Mar Elias di Beirut. Ma la nostra esperienza ci ha cambiato la vita, e sarà difficile definirla, descriverla ed esporla. Al vostro sito un’anteprima del nostro spettacolo/documentazione, che da ottobre in poi sarà presentato in vari centri toscani; il racconto di un’esperienza talvolta impegnativa, che ha tracciato un segno indelebile nel profondo delle nostre esistenze. Per informazioni: http://www.primamateria.it/

 

Libano – Elia Faso

“You smoke too much”, gli ho ripetuto per l’ennesima volta. Lui mi ha sorriso, ha alzato le spalle come per dire “E che ci vuoi fare” poi si è messo una delle sue Gauloises in bocca e se l’è accesa.
Tornato dalla spiaggia buia, con i piedi, le gambe e i pantaloni gocciolanti, ho fatto il giro del
tavolo, riempito da spine di pesci, circondato da sazi parlanti e fumanti, e sono andato a sedermi accanto a lui. Mi sono dovuto sedere piano, per attutire i dolori di una pancia che dopo due settimane dal ritorno è ancora convalescente: un piccolo malessere fisico che mi ha tenuto compagnia; anche se si rafforzava ogni giorno l’ho ritenuto necessario, come probabilmente hanno fatto i miei venti compagni di viaggio. Appoggiatomi allo schienale, mi sono coperto meglio la pancia, lui l’ha notato e mi ha chiesto “Come stai?”, in italiano. Così e così, ma non si doveva preoccupare, c’avevo fatto l’abitudine. “Ualla lancaief”, ho detto, “Ualla lancaief”, ha risposto  ridendo, e io, vedendolo ridere, non me ne accorgevo, ma stavo già dimenticando il mio apparato digerente. Mohammed, qualche giorno prima, mi aveva spiegato che in slang giovanile si usa dire “Ualla lancaief”, che tradotto letteralmente sarebbe “Prometto che ci divertiremo”, sfruttando la formula per giurare sul nome di Dio “Ualla” in modi ben meno solenni, prima di fare qualcosa che realmente o anti frasticamente ci avrebbe fatti divertire. Dopo queste puntuali spiegazioni, mi aveva
consigliato di dirlo in continuazione a chiunque per il campo profughi, tanto che dopo qualche giorno le persone, i bambini più entusiasti e festosi con forti vocine stridule, gli adulti più contenuti e sorridenti, ci salutavano con un “Ualla lancaief”. Finita la risata del mio nuovo amico, cominciamo a parlare, e mi racconta ancora, con voce calma e flebile, quasi sussurrata (come ogni volta che voleva parlare di qualcosa che lo toccava emotivamente), di come si sia trovato bene con mia madre. Pensa, mi diceva ogni volta, pensa che io non parlavo l’italiano, tua madre non parlava l’inglese, tanto meno l’arabo, e ci capivamo sempre. Perché vi volevate capire, dico. Sì Elia, esatto, perché ci volevamo capire, è stata così gentile e attenta con me, ho imparato un sacco. Tanto che, Mohammed, quando non ti ricordi una parola in inglese, la dici in italiano! E sghignazziamo, stanchi e felici. Poi, chiacchierando, siamo arrivati a parlare della scuola, e mi racconta di un
ragazzo arrivato da poco in classe sua, timido e introverso, di come hanno fatto subito amicizia perché una volta Mohammed ha tirato un cazzottone a un capobanda che con altri infastidiva il nuovo compagno. Intervengo “I’m against violence, but in that case it would be recommended” “Yes, indeed”, risponde, entrambi ci fingiamo lord inglesi per qualche altro istante. Ecco, se io dovessi spiegare, raccontare per intero cosa ho fatto in Libano per tre settimane, non ci riuscirei mica del tutto. Non so nemmeno perché ho scelto questo episodio, fra tutto quello che mi è successo e ho fatto succedere. Forse perché è stato un momento, magari anche non l’unico, ma è stato un momento in cui io e Mohammed, Mohammed ed io abbiamo mescolato le nostre lingue, i nostri codici, arabo, italiano, inglese, rendendoci conto che erano proprio codici, suoni prodotti dalle nostre bocche per comunicare una sostanza mentale che voleva ardentemente essere condivisa,
come nei migliori rapporti d’amicizia e di affetto. Che se avessimo avuto la telepatia, come nei racconti di fantascienza letti in quei giorni nelle pause fra una prova e l’altra, non avremmo nemmeno avuto il bisogno di tradurre, non avremmo la paura di tradire il racconto della nostra esperienza. Perché lo sapeva Mohammed, lo sapevo io, lo sapeva mia madre, lo sapevamo in tanti, secondo me, in questo scambio, che se ci vogliamo capire, se vogliamo comunicare, se vogliamo parlare di qualcosa che sia veramente qualcosa e non un niente, al massimo c’è qualche momentaneo problema di codice, ma poi, tanto, se ci siamo noi, persone interessate e interessanti, e se c’è quel qualcosa che vuol dire e vuol essere detto, in fondo il messaggio arriva, a continuare a riempire, a scacciare il vuoto da dentro di noi. E io, visto che non posso parlare per gli altri, anche se credo e spero che anche per loro sia stato così, ma io, in quelle tre settimane, a forza di messaggi, non sono mai stato così libero, così vuoto dal nulla. Deve essere arrivato proprio in fondo, questo insieme di messaggi, tanto che una notte, invece di schiantarmi nel letto in un sonno pacifico e
ristoratore (resistente a caldo, umido, matrimoni e chiamate alla preghiera delle 4), ho sentito che tu eri inquieta, mi sono seduto accanto a te, ti ho chiesto cos’avevi ma lo sapevo già perché ce l’avevo anch’io: paura che in questo vagone postale di messaggi piccoli e grandi, musicali, affettivi, politici, esistenziali, individuali e collettivi, in questo vagone che stava diventando uno dei più grandi vagoni-esperienze nel nostro giovane treno-vita che sta correndo via dall’infanzia e dall’adolescenza, in questo vagone qualche lettera si perdesse. Allora ci siamo messi a piangere, volevo trovare dei fazzoletti per asciugarti le lacrime e invece ho trovato il mio lettore mp3, tu poi hai preso il tuo iPod, per ore abbiamo ascoltato le nostre musiche preferite insieme, scambiandocele vicendevolmente, e abbiamo osservato i nostri amati compagni di viaggio mentre diventavano i nostri compagni di vita, che mugugnavano, si grattavano, cacciavano gli “intrusi” dai loro letti, si abbracciavano, si giravano e rigiravano. Perché se per induzione devo riassumere e finire la mia parte, questo scambio è stato la storia di noi, di una microsocietà felice, un gruppo di 15 ragazzi dell’associazione musicale Prima Materia, che hanno lavorato divertendosi e si sono divertiti lavorando, riscoprendo, riformando e amando sé stessi e gli altri, dentro altre piccole società, i campi profughi, intrinsecamente prodotti dalla nakba, dal disastro, dalla persecuzione, dalla violenza inferta ad un’intera popolazione in aumento costretta a vivere da 65 anni in esilio in Libano, in spazi che non possono allargarsi… Ma qui le persone ci vivono, qui molte persone formano un’associazione come Beit Aftal Assomoud, letteralmente “La casa dei bambini resilienti”, in cui lavorano ogni giorno per cercare nel piccolo di creare con i bambini e i ragazzi un presente e un futuro migliore. E noi? E noi abbiamo lavorato, abbiamo giocato, abbiamo suonato, abbiamo vissuto lì con loro, sostituendo quotidianamente questo “loro” con un “noi”.

Perché noi, lì, con noi, abbiamo vissuto.

Elia Faso

 

Mohammed cammina con naturalezza

Mohammed cammina con naturalezza, con la sicurezza di chi sa dove sta andando, con la naturalezza e l’accettazione di chi in questi vicoli ha corso, ha giocato, è caduto, è stato rimproverato. Io, timido e curiosamente sconcertato gli vengo dietro, ne sono la coda. Ma intanto li guardo questi vicoli, li guardo: di qua un muro scalcinato, gracile, annerito dallo sporco, dall’usura, annerito dall’usura dello spirito, dalla sofferenza che mi sembra dilagare sotterranea, covata. E’ forato da varie finestre, talvolta effettivamente fori, scavati nel mattone. Sulla destra il gemello diverso, ma in fondo uguale, anch’esso abbruttito, alto ed opprimente: saranno tre piani penso, un’altezza modesta in fondo, ma così torreggiante sul vicolo stretto e tortuoso. Sembra lanciare un monito minaccioso, in uno sforzo esasperato, in fuga dagli abitanti che lo abitano, in cerca di aria, aria vergine, aria di solitudine.

Mi bagno l’alluce sinistro, un rigagnolo ribelle attraversa la via. Ne sono schifato, cosa mai potrà essere? forse urina, urina malata, e se…!? Ma non c’è tempo per fermarsi, Mohammed si infila agile in quel labirinto di viuzze irregolari e ignoranti, sorte su così, senza un principio; lo seguo con quel tanto d’ansia infantile di smarrirsi di ritrovarsi improvvisamente solo. Io solo… solo nella massa informe e turbinante di gente che mi passa accanto, che preme dietro. Spunta una donna la osservo timoroso, animato da un interesse timoroso. Il viso olivastro e rorido è inquadrato dal velo nero, al centro del quadro due umidi occhi inquieti e sfuggenti, turbati e incuriositi al mio reciproco sguardo; penso che siano di una bellezza drammatica, travolgente, una creatura magica e proibita eppure così drammaticamente umana. Ci corrono intorno, a noi ostacoli estranei, bambini scalmanati. Noto che giocano con delle pistole giocattolo, fanno segni violenti, le bocche ridono forse non gli occhi; giocano selvaggi e teneri, come due cuccioli felini. Cerco di reprimere il mio animo occidentale, giudicante dall’alto della sua “ naturale” superiorità. Ma in fondo non avendo preoccupazioni non ci resta che giudicare quelle degli altri. Scarto istintivamente a destra, schivando uno di quei motorini “scartabettolati”, senza carrozzeria, senza freni, senza tappo del serbatoio, che cercano di trasformare il vicolo in strada. Un ragazzo in pantaloncini sportivi e ciabatte mi guarda, trasmette una curiosità amara, un’invidia sanguigna orgogliosamente trattenuta. Fa il duro, mi guarda con aria minacciosa, ma forse non è che una reazione difensiva, anche i miei occhi sono aggrottati, e poi sono occidentale, e forse poi sono io la figura minacciosa… Ecco che ricado nel giudizio, basta! Penso a pieno volume. E intanto me ne passano altri accanto, di tutte le forme e le dimensioni, un vecchio due uomini con una sigaretta appesa e poi donne bambini due donne, faccio fatica a capire chi si muove e chi sta fermo, sono io a guardali stare fermi o loro a guardare me che mi allontano più lento di loro? Forse il movimento è veramente relativo.

Intanto ci siamo fermati; curioso come abbia fatto a seguire in una sorta di automatismo la mia guida. “ We stop here?” ( domanda idiota), “ thiese are sirian houses”. Ci portano su per la scala di un edificio in mattoni grezzi, legati insieme da qualche sbavatura di cemento qua e là, ma in fondo non mi stupisce così tanto. Salam alaicom, blablablabla italians blablabla….shukran ‘ktir ed entriamo nella casa, che poi si rivela una stanza, di una giovane donna siriana, (Abir? forse Zahara? si chiama … I nomi rimangono ancora un problema, ma merita un nome quella donna, lo merita e Abir è uno così bello).

Abir ci accoglie con un sorriso aggraziato, timido ma ospitale. Siamo incoraggiati a fare domande, in maniera così dichiarata che non posso rifiutare, mi sembra una mancanza di tatto indecente… E’ arrivata qui come altre migliaia di persone dalla Siria sei mesi fa, vive degli aiuti internazionali, miseri, e dell’aiuto delle altre persone del campo meno misere di lei. Vorrei solo stare a osservarla, vorrei che continuasse a parlarmi senza parlare, con il suo sorriso che mi si è rivelato ora in tutto il suo dolore aggraziato, mentre districa amorevolmente la figlia, che timida le si nasconde dietro la gamba, tra le pieghe della veste. Un sorriso profondo e costantemente ospitale, non so perché mi abbia stupito così tanto ma sento il bisogno di dirlo. Riesco a rifiutare definitivamente un tè che prezioso mi viene offerto, mentre mi domando dove siano le stoviglie i fornelli e il tè stesso. E infine esco dall’uscio della casa, sollevando la tenda che ne copre l’entrata, sollevato perché mi sentivo un intruso, ne violavo la dignità e loro mi incitavano a farlo, dico così perché percepivo inevitabilmente una vena di buonismo occidentale attraversarmi, un brivido glaciale e inestirpabile.

A distanza di dieci giorni

Mi sento ormai parte di questa realtà, anch’io ho acquisito una certa naturalezza nel muovermi nel campo. La gente si è abituata alla mia presenza, e mi saluta calorosamente, non mi sento più uno straniero, del resto più volte mi hanno scambiato per autoctono, causa carnagione olivastra e capelli corvini. Ho anche indossato il costume tradizionale palestinese, tanto che Mohammed mi ha dato l’appellativo di shriek al harab ( spero di averlo scritto correttamente), una sorta di guida politica e spirituale, e parla ormai in arabo con me che d’altra parte svolgo il mio copione come da manuale, facendo finta di capire cosa mi stia dicendo. Mi affaccio alla finestra dell’edificio in cui alloggiamo, e mi perdo in quel densissimo microcosmo che è l’enclave del campo, nei suoi profumi acri di spazzatura bruciata e smog di marmitte squartate, nel flusso di gente di cui mi sento ormai parte, e nel quale non mi sento più solo. Il tempo in Italia è un ricordo sbiadito, mi sento felice, la fame, la diarrea, la mancanza di una doccia o di elettricità sono problemi trascurabili una volta che mi sono immedesimato nella mia parte di semicittadino del campo. Certo vivo ancora momenti di forte tensione, vivo ancora la drammaticità di esistenze negate, di opportunità abortite per mancanza dei necessari strumenti primari per realizzarle, ma assumono una luce diversa, di chi è interno alla situazione. Sono circondato da persone che hanno un obbiettivo chiaro, un desiderio e motivo di vita primario: tornare nella propria terra, e vivere una vita libera e in quanto sinonimo felice, felice.

Il mondo di laggiù, laggiù ormai non posso più negare la realtà della situazione, il mondo di laggiù era vero, aveva degli attributi, una virtù, intesa come modo primo d’essere, ciò che E’ la sostanzialità di un qualcosa. Qui a casa, seduto sul mio comodo letto, davanti al computer, mi sento vuoto, e lascio che il flauto magico sia la flebo che mi stilla nelle vene la linfa della vita. La sovrabbondanza anonima e qualunquista di filosofie di pensiero, lavori, cose da fare mi deprime; ogni idea, ogni pensiero, ogni attività si mescola indistintamente in un crogiuolo che rende tutto inerme, privo di vitalità. Questa vita è falsa, rigida, senza identità, e crediamo che per riempirla ci serva un ulteriore upgrade di stimoli, di persone da incontrare, di cose da fare, di riconoscimenti. Sembrerò forse esagerato, forse anche egoista, e immaturo, forse qualcuno non capirà, o si sbilancerà in giudizi e considerazioni affrettate, basate su quello che chiama dato di fatto, logica,

realismo, forse penserà che dico fesserie. Provate a fermarvi un attimo, resettarvi, a liberarvi da ogni vostra forma di prevenzione e a guardarvi intorno assaporando una cosa alla volta con assoluta sensibilità. Scoprirete un mondo, e per una volta non ne verrete travolti, come ho fatto io.

Walter Hausl

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1 Comment

  1. Flavio Faraoni 27 ottobre 2013 at 13:25

    La passione è profonda e si sente debordare dal tuo racconto. L’atmosfera mi ricorda molto quella del film ” Il figlio dell’altra ” e la speranza rimane la stessa, cioè quella di un mondo che arrivi a capire e ad apprezzare le diversità ( ma il pessimismo è nettamente prevalente ). Penso che sia stata un’esperienza unica e veramente apprezzabile per un giovane della tua età. Ciao Flavio

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