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Malta bastarda – Stefano D’Andrea

admin 13 luglio 2013 Guest, Letteratura Nessun commento

A me l’idea che le abitudini si tramandino da una generazione all’altra non è mai piaciuta. Perché mi sembra che se uno nasce e cresce in un posto dove si sa già che vita avrà, non c’è niente di nuovo e niente di bello. È già previsto cosa imparerai, chi sposerai, che lavoro farai e dove sarai sepolto. Sì perché le tombe di famiglia sono importanti in tutto il mondo, ma a me mettono un po’ d’angoscia. Un po’ come quando guardi la partita in diretta oppure registrata. Se la guardi in diretta conosci le regole ma non il risultato, ed è una cosa. Ma se la guardi registrata, anche se non sai il risultato, lo sai che qualcuno lo sa, e non è divertente. Il tuo destino è già scritto. A nessuno piace che il proprio destino sia scritto. Ecco perché a nessuno piacciono i matrimoni combinati. Poi vabbè, se fossi nato in India magari non direi così. Ma sono nato a Milano, e cosa ci posso fare. ‘Sta cosa delle tradizioni però ha anche sicuramente un senso. Per esempio aiuta i nuovi nati a sentirsi protetti e insegna come si fanno le cose, a che momento dell’anno è giusto seminare o quando bisogna portare le mucche in montagna, insegna a guardare le nuvole e prevedere il tempo o come si cuciono i vestiti per l’inverno. È bello se tuo padre ti insegna che ci vuole perseveranza e forza, per superare le difficoltà della vita, e che a volte è bene ricordarselo con delle prove, con dei riti. Questa parte del tramandare la cultura mi piace. È quella in cui i genitori insegnano ai figli come sia meglio comportarsi e cosa sia giusto fare. Così le esperienza passate saranno servite a qualcosa e le vite delle persone più grandi di noi saranno più utili. Le famiglie servono sostanzialmente a questo. Però mi piace pensare che ci sia anche modo di ricambiare questo favore che le generazioni passate ci fanno. Che esista un luogo dove anche i figli si occupino dei genitori, anche prima che diventino vecchi e malati. Che tra due generazioni ci siano dei rapporti in cui ognuna faccia qualcosa per l’altra. E ho scoperto che esiste una tribù di indios in Amazzonia, in Brasile, dove c’è un’usanza di cui non avevo sentito parlare mai. In quelle zone vivono in tribù ma esistono dei gruppi familiari, e anche lì come da noi si tramandano conoscenze e proprietà di padre in figlio. Esiste la casa dove il più anziano alleva i propri figli finché il maggiore supera la sua prova di forza e coraggio che segna il suo ingresso nel mondo degli adulti, come si fa in tutto il mondo, tranne che in Italia. Nel momento in cui un ragazzo diventa uomo, arriva la possibilità di decidere quando andarsene per creare un nuovo nucleo familiare. O almeno così pensavo io. Lì no. Lì succede il contrario. Quando il figlio maggiore diventa adulto, la casa della famiglia diventa sua. Lì continuerà a vivere con la compagna che troverà nella tribù, e quando avrà figli accadrà lo stesso passaggio di consegne. Ma tutto questo non avviene in maniera indolore. Per poter avere questo privilegio e diventare il nuovo capofamiglia, il giovane adulto dovrà costruire una nuova casa nella quale andranno a vivere i suoi genitori. Sarà una casa bella e sicura. Non grande e piena di storia come quella di famiglia, ma confortevole e accogliente. Starà ai confini dell’insediamento, non in centro. E verrà distrutta quando i suoi abitanti moriranno. Così facendo la casa rimane nei secoli il luogo centrale della famiglia, e tra le generazioni continua l’armonia. È una bella storia e mi fa venir voglia di presentarmi a casa dei miei con una cazzuola e della malta bastarda. Anche se forse è meglio se vado con dei pasticcini.

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Stefano D’Andrea nasce e risiede a Milano, ma si è formato tra Roma, Bologna e New York. Scrive per Radio 24 (“Io sono qui”, di Matteo Caccia) e per chi glielo chiede. Ha inventato Profili d’Autore. Ha insegnato in università. E’ deluso dall’Italia ma non l’abbandonerà mai agli italiani.

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