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Pink Moon. Una non-recensione da Cani Bastardi

Cani Bastardi 28 novembre 2014 Musica Nessun commento

Pochi giorni fa ricorrevano quarant’anni dalla morte di Nick Drake, che in vita ha pubblicato solo tre dischi, tre capolavori. I Cani Bastardi hanno pensato di dedicare un lavoro collettivo al suo ultimo album, Pink Moon, consapevoli del fatto che avrebbe meritato un libro intero. Quella che leggerete è una non-recensione in cui ogni autore si è preso una canzone e ha scritto un articolo, una pagina di diario, una poesia, oppure ha scelto di parlare con un’immagine, in assoluta libertà, ascoltando il brano e ascoltando se stesso. L’introduzione è di Stefano Giaccone. Per far suonare e cantare Nick Drake cliccate sui titoli.

Nick Drake di famiglia benestante e politicamente corretta, quell’UK che si vergogna dei massacri dell’Impero ma che vive ogni secondo immerso nella ricchezza prodotta da quell’Impero e che la difende con modi molto civili ma anche tenacemente, da ex barbari, che hanno deposto la clava e usano la diplomazia militare (e la clava, quando non basta). Cambridge è Nick Drake, la sua quintessenza. È la nostra cattiva coscienza, Mr. Drake.

È un autore che in pochissimi anni crea un gruppo di canzoni di altissimo livello, anche negli arrangiamenti. Che non sono suoi, ma per fare un bell’arrangiamento ci vuole una bella canzone, non si trasforma in oro il piombo. Lui scrive un gruppo di canzoni con melodie stupende, suonate con uno studio tecnico della composizione e dell’arpeggio che denota  anni e anni passati da solo nella sua cameretta, assediata da compagne di scuola desiderose di incontrarlo, andare a passeggio lungo il fiume, al pub, portarselo a letto. Scrive una serie di canzoni meravigliose eteree eppure radicate nella tradizione blues folk che allora va di moda (e che lo ispira), ha anche una capacità di groove, di beat molto fluente, accattivante. È la nostra cattiva coscienza, è quel  lato misterico che noi cerchiamo nei testi di Baudelaire di Verlaine, che da ragazzi tutti compriamo, in pochi  leggiamo, ancora più raramente, almeno credo, comprendiamo. Io per esempio una volta l’anno tiro su la mia raccolta completa di poeti maledetti francesi e la metto via subito. Per le mie povere orecchie contemporanee  quella roba ha bisogno di un  trasformatore, di un uomo/filtro, ha bisogno di Bob Dylan Jack Kerouac e Andrea Pazienza.

Anche Nick Drake è quel  mondo della poesia pura, quel mondo del giardinetto anglosassone rasato ogni domenica mattina dal servo pakistano filippino messicano,  un mondo di belle maniere, il mondo del film del professore Robin Williams, un mondo maschile, il mondo di Mallory, il mondo di Another Country Pride and Prejudice blablabla dove stanno fianco a fianco buone letture poeti visionari poeti pacifisti della 1ma grande guerra e una educazione militare vittoriana accettazione forzata bigotta del cameratismo omosessualità dissimulata con britannica esattezza, Britannia un misto anche affascinante tra spogliatoio di squadra di rugby e la successiva partita di rugby, misto tra letteratura  e fango, tra tazze di thè e fucilazioni di massa.

È quel mondo perduto educato fatto di bei golf irlandesi, Drake è tutto questo ma ne risalta, ne rimane sbalzato come la nostra cattiva coscienza, quello che avremmo voluto diventare noi stessi, algidi geni incompresi. E’ al di là delle nostre possibilità, l’altra faccia del rock e dell’industria musicale, il mito virginale, il mito. Un bellissimo ragazzo alto allampanato che suona divinamente compone canzoni divine con testi  criptico immortali alla Byron apocalittici alla William Blake che rimangono misteriosi ancora oggi. L’altra faccia del rock che ha prodotto Syd Barrett e Peter Green, tutt’altro che infelici ragazzi  di buona borghesia  british, che affrontano la propria decadenza fisica e psichica in buon ordine e quindi spariscono nel  nulla, inseguiti da fans che in realtà seguono sempre solo se stessi, musicisti geniali e talentuosi, uomini in età avanzata che passano la vita chiusi in casa con la propria madre, affitti pagati dall’assistenza sociale, in mezzo all’immondizia, ai sacchetti della spesa, denti rovinati dal cibo scadente e dall’alcool. Niente di glamorous, proprio zero.

Nick Drake  muore giovane non si sa ancora come e diventa un dio. Ho incontrato tardi il compagno Drake, ne avevo sentito parlare, avevo 30 anni, ho comprato i suoi cd innumerevoli volte e li ho sempre dati via ad amici perche li volevano, ora non li ho, mai provato a suonare niente di suo, rifare ND è come cercare di rifare la Cappella Sistina, una cosa che non si fa. Non ho i suoi dischi, li so a memoria. Più che essere interessante, di apprezzarlo,  lo si adora.  Come un semidio bello giovane biondo e morto.  Quindi lo adoro anche io da una certa distanza come si conviene agli dei.   Quello che sopporto meno di Nick è il suo pubblico. Il fascino del tragico e della solitudine,  Drake è la nostra ultima speranza musical/etica, l’età dell’oro della musica i 60 i 70. Il Drake contemporaneo è senz’altro Jeff Buckley.  Ha prodotto  un corpo di lavoro non comparabile con Drake che ha fatto 3 dischi (più cose scartate o private, oscenamente messe in circolo, ogni 3 o 4 anni, a carissimo prezzo da discografici e giornalisti prezzolati, Nick Drake non può dare il suo consenso per quelle pubblicazioni perché è morto, what about metterle in rete gratis?). Il capitalismo è necrofilia. ND non si può toccare perché gli eroi non si possono toccare, sono nel walhalla, dio vichingo biondo inarrivabile, mi piace tutto meno il suo pubblico. La bellezza di ND per me sta nella sua completa  immersione nella cultura brit ricca opulenta, decadente vittoriana.

Lui trova una via di fuga nella sua cameretta scrivendo canzoni. Epifenomeno assimilabile di oggi, al livello squallido e vuoto tipico dei ns tempi, è Amy Winehouse una ragazza che non esiste al di là dei suoi tatuaggi e del suo corpo drogato desessuato messo in mostra, nessuna possibilità di erotizzare il proprio corpo e la propria musica. Non c’è nulla di meno erotico di una ragazza che esibisce il proprio corpo come fosse in un saloon virtuale e risulta invece come colta alla sprovvista da un fotografo in vestaglia seduta a far breakfast dopo una sbronza. Anna Magnani non aveva tatuaggi e cantava pure peggio di Amy ma bruciava la pellicola, fotogramma per fotogramma. Amy si proietta nella fotografia di sé, in un selfie futurista, si mostra pensandosi come Bille Holiday, di là a 40 anni. Nell’epoca di Nick Drake ancora la Tele/Visione (quindi internet e la telefonia) non avevano sostituito del tutto l’Umano. E’ al crocevia, non passerà mai di moda, venderà sempre per la bellezza dei suoi dischi e perchè ci ammonisce, una specie di faro di bellezza pura incontaminata irraggiungibile. In italia l’unico che gli sta vicino è Lucio Battisti che però: non muore suicidato giovane, è riccio e moro, un po’ buro, fa il recluso ma non abbastanza, non può piacere ai suoi compatrioti che non capiscono granche’ di cosa dica Nick Drake (del resto nemmeno gli Inglesi) ma che e’ cool, “sinistra” e pare che sia utile per rimorchiare. Ai miei tempi si usava Vecchioni, li mortacci sua.

Pink Moon

Pink Moon: è una canzone che parla di tutto questo, secondo me, pochi minuti, ultimo disco, muore poco dopo, una melodia che sembra un fiume di montagna che scende, la bellezza è la sua fluidità, se vai a smontarla c’è una maestria quasi medievale oppure rinascimentale/pop. Unico brano con uno strumento diverso dalla chitarra, 4 note stupende messe tra due strofe ripetute, il testo è stato studiato analizzato, forse un riferimento agricolo, agreste, meteo calendario inizio di primavera la luna rossa è immaginario medievale alchemico eclisse lunare quindi del lavoro dei campi delle stagioni. Sopra, dentro questo una voce quasi biascicata, roca da vecchio bluesman, Son House e il vecchio amico John Martyn. Contenuto inquietante, Pink Moon ci toccherà tutti, non credo che l’analisi da entomologo funzioni, grandi scrittori come Bob Dylan piu li si indaga meno ci si combina, come mondare un frutto delle imperfezioni non ne rimane nulla da mangiare, sono due strofe speculari passaggio strumentale quasi alla Satie 4 note ripetute perfette che entrano in un ciclo un po’ Joni Mitchell. Il testo lascerei perdere. Mangiamo il frutto, il torsolo ai maiali. (Stefano Giaccone)

Place to Be

Il problema è la chiave di lettura: possiamo noi, che fino a quarant’anni suonati continuiamo a chiamarci ragazzi, seguiamo le mode e alcuni, i più astuti, arrotolano pure i jeans sopra la caviglia, comprendere un ragazzo che, a poco più di vent’anni scrive una canzone sul sentirsi vecchi e deboli, sui ricordi di quello che fu manco fosse un Johnny Cash a fine carriera. Sono sensazioni che non dovrebbero appartenergli. Eppure è tutta qui la parabola di Nick Drake. A ventiquattro anni ha già dato tanto alla musica ricevendo ben poco in cambio: due bei dischi di cui uno arrangiato in maniera superba ed ecco che nel 1972 registra un album solo chitarra e voce, una di quelle cose che si fanno così, per sfizio. Magari per attirare l’attenzione e risollevare un po’ di interesse commerciale (perchè di quello si campa) per questo ragazzo taciturno e fin troppo sensibile. E invece no, non era uno sfizio, piuttosto un’urgenza, qualcosa che doveva uscire, un dolore da esorcizzare.

And now I’m older (…) Now I’m darker than the deepest sea, just hand me down, give me a place to be.

Il suo “place to be” era la famiglia come sempre era stata; la sua ancora e il suo porto.
E’ che forse mi sono lasciato prendere troppo da una foto che ho trovato di Nick da ragazzino, mano per mano con sua madre con quell’espressione che è rimasta immutata negli anni e che, per me, vale più di tutta l’iconografia che gli è stata costruita intorno. (Paride Campagnolo)

Road

Ho in mano il mio walkman Philips bianco, uno di quelli che consumano un paio di pile in un giorno, e le cuffie sulle orecchie. Sono sul bordo polveroso di una strada che porta verso una spiaggia e un campeggio, all’Isola d’Elba. Ho diciassette anni, non ho ancora la patente, e allora cammino, insieme a qualche amico. Dopo tante chiacchiere, dopo alcuni interessanti progetti per la ristrutturazione del mondo, in questo momento ognuno di noi, meravigliosi liceali sbruffoni, vive all’interno di un universo personale. Il mio è fatto di Nick Drake che canta “Road” dalla cassetta che ho registrato a casa, pensando alla colonna sonora della mia prima vacanza libera.

“Road” in Pink Moon è la canzone delle possibilità, del bordo di una strada che porta fino in fondo, della scelta tra la luce energica del sole e il chiarore freddo della luna. In “Road” a dire la verità ci sono due strade. La brevità del testo non permette, almeno a me, una comprensione assoluta o un’interpretazione certa, e mi piace che sia così. Eppure è sconvolgente anche solo percepire come in un brano così corto, in un testo di poche righe, ridotta all’osso ci sia tutta la poetica di Nick Drake, e forse una sintesi dei dubbi e delle alternative che sembra aver considerato negli anni cruciali della sua vita: “Tu puoi dire che il sole sta splendendo, se proprio vuoi/Io posso vedere la luna e sembra così chiara/Tu puoi prendere ora la strada  che ti porta alle stelle/Io posso prendere una strada che mi porterà fino in fondo”. Mentre cammino verso il campeggio, a diciassette anni, certamente non capisco che la canzone va così in profondo, che parla (forse) del ventaglio immenso di possibilità che ho davanti a me, e di quanto può fare spavento. A diciassette anni non lo capisco, ma naturalmente lo so. (Lorenzo Mei)

Which Will

Suggestioni. Sono le suggestioni quelle che entrano in ballo la prima volta che incontri una persona o un’opera d’arte; per un periodo abbastanza limitato ci sono solo loro perché in genere in quel momento sei più scevro da pregiudizi o da sovrastutture mentali che ti influenzano e allora senti solo una voce mai ascoltata prima, vedi un volto che non ti è familiare e ti lasci andare, senza pensare a niente altro che a quella voce o a quel volto.

Certo, in caso di opere d’arte popolari, questo era molto più valido tempo fa, quando le informazioni non correvano velocissime sulla rete e non sempre si sapeva tutto di tutti, quando magari il nostro inglese zoppicava ed in assenza di testi allegati ai vinili scovati nei mercatini dell’usato non ti concentravi troppo sulle parole e ti lasciavi cullare dalla musica nel suo insieme. E allora poteva capitare che ti innamorassi di un autore senza saperne quasi nulla, senza che la sua storia influenzasse il tuo ascolto.

Non conoscendo né la genesi, né il triste epilogo di Pink Moon, poteva persino capitare che un album di Nick Drake ti sembrasse caldo, dolce, proiettato verso il futuro. La malinconia intrinseca dei brani si stemperava in quella voce così… incredibile… e quindi poteva pure accadere che una canzone come “Which will” piena di domande ossessive sul futuro rivolte ad una persona misteriosa (“E dimmi adesso: / Chi amerai di più? / Per chi balli? / Chi ti fa splendere? / Quale sceglierai adesso / Se non sceglierai il mio? / Per chi spererai? / Chi può essere? / Chi prenderai adesso / Se non me?”) venisse interpretata, con quei tipici arpeggi chitarristici e quella melodia perfetta, non come un disperato e commovente canto di un artista prossimo alla fine, ma come un gioioso inno alla vita, quasi una love-song da inserire in una di quelle playlist (compilation si chiamavano allora) che tanto andavano di moda in quegli anni. (Mario Bartolini)

Horn

(ove si disserta di accordature, di una copertina fantasmagorica e di una sorella spaziale)

‘Pink Moon’ è un disco di poche parole e di poche note, registrato complessivamente in due sessioni di due ore. Ventotto minuti, 11 brani, e l’impressione di un’opera che sembra essersi fermata a uno stato embrionale. L’apparente sfilacciamento nasconde però una frugalità ostinatamente ricercata, alla quale – come è la norma con le canzoni di Drake – fa da contraltare una complessità di accordature aperte fuori dal comune, tanto che ogni brano ha praticamente la propria. Quella di ‘Horn’, in particolare, un brevissimo brano strumentale di 3-4 note sospese in un vuoto spaventoso, sembra essere E/B/G/C#/A/E.

In “Pink Moon” anche la copertina è molto più complessa in rapporto a quelle dei due precedenti lavori di Nick Drake, “Five Leaves Left” e “Bryter Layter”, dove compaiono due foto dell’artista che sfugge l’obiettivo con lo sguardo, come infastidito di essere immortalato. L’immagine sul disco della “luna rosa” (quella dell’eclisse o del tramonto) si distingue per il suo lampante surrealismo. Al centro troneggia un oggetto circolare che potrebbe essere proprio la luna che sta venendo a prenderci. Ma, al tempo stesso, è anche un formaggio a forma rotonda (tutti sanno che nelle fiabe la luna è fatta di formaggio), e un frutto maturo, come indica la foglia verde in alto a sinistra. C’è un missile Apollo in volo dentro una figurina, una tazza da thé sospesa a mezz’aria, una corda che sembra la coda appiccicata sul didietro di un animale stilizzato (ma anche un cordone ombelicale o una tubatura che pesca nell’acqua torbida), un volto da clown con una sagoma a forma di cuore; un piedistallo impedisce alla sfera di toccare terra nel paesaggio crepuscolare con fiamme che danzano sull’acqua. Sulla sinistra c’è un parallelepipedo scuro, dove sta appoggiata una conchiglia che sembra ridersela di tutta questa scena. Sul lato posteriore c’è un tulipano giallo, una scarpa maschile sinistra, delle gocce d’acqua (o lacrime?), e un biglietto che è un memento per il fatto che nessuno potrà sfuggire alla Luna Rosa. Al di là di quest’ultimo dettaglio che riprende un passaggio del brano omonimo, non sembrano esservi molti altri punti di contatto con i contenuti di “Pink Moon” (anche se, a onor del vero, nel testo di “Parasite” compaiono riferimenti a un clown, a una corda e a delle scarpe, e in quello di “Harvest Breed” si parla di fiori che si piegano).

L’autore di questa copertina è Michael Trevithick, artista e illustratore che aveva lavorato per la famosa rivista satirica Punch e creato varie cover per i libri delle edizioni Penguin. Nick sarebbe entrato in contatto con lui in quanto Michael era un amico della sorella Gabrielle. Il fatto curioso, per molti della mia generazione, è che all’epoca ignoravamo chi fosse Nick Drake, ma invece avevamo ben chiara in mente l’immagine di Gabrielle Drake. Occhi verdi, minigonne inguinali e parrucca viola, nei primi anni ’70 dava vita al personaggio del tenente Gay Ellis, aiutando innumerevoli volte il biondo comandante Straker a salvare la terra dall’invasione aliena; per questo motivo, si trovava spesso ad operare nella Base Luna della SHADO. Un altro particolare curioso è che le televisioni dell’epoca erano tutte in bianco e nero: per questo motivo, i capelli di Straker ci sembravano bianchi, quelli di Ellis/Drake ci sembravano castani e la luna era di un deprimente grigio pallido. Ma ancor più, ignoravamo quanto potesse essere pacatamente malinconica una luna rosa nell’universo fragile e deformato di Nick. (Paolo Vincenti)

Things Behind the Sun

Un brano che è un continuo scontro tra malinconia e voglia di risorgere, questo è quello che mi ha comunicato sin dal primo ascolto.

In principio tutta una serie di accordi danno il senso d’esser sopraffatti, schiacciati, d’essere inerti di fronte a forze avverse; dentro di noi o indipendenti, esterne.

Improvviso però arriva un cambio deciso nel suono … comunica una forte voglia di riscatto,  di risalir la china.

Il desiderio di scoprire un’alba fulgida di assordante positività. Poi di nuovo giù e dopo su … un alternarsi di emozioni tra il bene e il male ed infine non capisco cosa sia a prevalere.

C’è, comunque, un’Alba. (Andrea Pucci)

Know

Know è il pezzo che finalmente puoi andare a fare la pipì, il pezzo che ti fa riposare mentre pensi a quello che hai appena sentito e ti prepari a quello che sentirai dopo, Know è una breve rottura di palle. Know è quella cosa che se ti chiedono se c’è una canzone brutta nella discografia di Nick Drake tu puoi rispondere di sì, perché se no sembri un integralista e non possono essere TUTTE belle le cose che ha scritto. Know è la pubblicità di un’auto che viaggia nel tramonto islandese durante Full Metal Jacket, sulla Rai. Know è la pausa. Know è quella cosa che puoi dire la potevo fare anche io, un giro facile e un linea vocale di cinque note vicine. Know è quel lampo di mediocrità che ti aiuta a percepire l’assoluto che gli sta intorno. E invece no, io non la penso così. Know è una storia che ognuno interpreta: un dialogo. Lui dice a lei ti amo e lei dice a lui che lei non gliene frega un cazzo, lui dice a lei che anche se lei non lo ama, lui sarà sempre lì, e lei gli risponde che lui potrà essere sempre lì, ma lei invece no quindi lui starà lì da solo come uno stronzo, e ciao. E non c’è bisogno di tante parole e molti suoni per raccontare un amore non ricambiato nemmeno un po’, bastano due minuti di nenia e un dialogo A-B-A-B. Know non è una pausa, è un pugno. Uno sparo al cuore per cui non esiste giubbotto antiproiettile, Know è una storia che non vorremmo sentire. Know è una coltellata che dura all’infinito come tutte le nenie che finiscono presto, perché quelle quattro note ti rimangono dentro e continui a risuonartele a bocca chiusa, anche se non vuoi, perché quella è la forza della semplicità. Know è un virus che non vuoi che ti tocchi, ma che quando ti entra dentro, ed entra sempre, ti fa quel male che te ne accorgi solo troppo tardi. (Stefano D’Andrea)

Parasite

La figura di Nick Drake affascina e inquieta, affascina per la straordinaria lucentezza del suo genio, inquieta per la sua esistenza sconfitta e lacerata dalla depressione e da chissà quali altri demoni, perché chi è baciato dal misterioso dono della genialità dovrebbe aver vita lieve come quella degli angeli, eppure più spesso sono i demoni a infestargli il difficile cammino su questa terra. Ebbene se c’è una canzone che a me appare come sintomo dell’ineluttabilità del destino che Nick sentiva incombere su di sé questa è Parasite, già il giro armonico della chitarra, nella sua infinita ripetitività ha l’implacabilità del fato avverso, accentuata dall’uso come tempo verbale del gerundio che dà alle situazioni evocate dal testo un sapore atemporale che sembrerebbe suggerire che non si stia parlando di una situazione particolare, ma della sua condizione esistenziale.

Ma ciò che più inquieta nel testo di Drake è questo paragonarsi alla figura del parassita, un termine negativo, addirittura fortemente spregiativo che denota una visione di sé davvero sconvolgente, perché definisce se stesso “the parasite of this town”? Un’immagine di reietto e di emarginato di grande violenza e forza, lui è “the parasite who travels two by two”, ma anche “the parasite who hangs from your skirt”, immagini straordinariamente potenti anche rispetto ai versi che le precedono, immagini di orizzonti lontani, stazioni solitarie, quella bellissima di lui a testa bassa che si guarda le scarpe luccicanti “Watching the shine of the shoes”, un’anticipazione della poetica shoegaze!, altre più convenzionali come quella iniziale del clown che si toglie la maschera svelando la tristezza nascosta.

Il parassita succhia linfa vitale alla sua vittima, in quale modo e a chi Drake sentiva di rubare l’esistenza? Ai suoi genitori sempre pronti ad offrirgli rifugio, alle donne dei suoi impossibili amori, a chi credeva in lui come artista e doveva confrontarsi con la sua terribile chiusura al mondo? Certo è che Pink Moon è un album di terribile bellezza, duro da ascoltare, come ha detto il suo amico e collaboratore Robert Kirby “è quasi come assistere a un’esecuzione pubblica”, il parassita si offre nudo, indifeso, a testa bassa, si autocondanna senza pietà. Quanto Drake doveva soffrire di questa sua condizione? Quanta sofferenza nella sua cronica incapacità di esibirsi in pubblico, nel sentire dentro di sé la bellezza della sua musica e non essere in grado di esprimerla davanti al pubblico? Forse un dolore perfino superiore al disinteresse mostrato dal pubblico alle sue uscite discografiche. Noi che lo amiamo sappiamo che parassita non può essere un artista di tale straordinaria sensibilità e profondità, ma Parasite ci mostra in forma di autoanalisi in qual modo drammatico e spaventoso Drake considerasse se stesso e la sua esistenza. (Ignazio Gulotta)

Free Ride

(Andrea Tuccini)

Harvest Breed

Un uomo cadendo nel vuoto, compie circa 930 metri, in un minuto e trentacinquesecondi. Prima di fermarsi e lasciare il suo sangue scorrere e impregnare la terra della sua vita. Nick Drake, in questa“acusticosmicfolksong”, lasciò l‘anima, tra queste poche note e parole della lunghezza di soli 95 secondi.

Sola chitarra e voce e lo sguardo fisso nel muro. Uno spicchio della luna rosa, tinta di fretta. Cercando un amico, un amico che Drake non aveva più dentro di se, da tempo. Travis, Captain America e Lo Sciamano*, band che si perde nella memoria di pochi, cantavano negli anni 90 ” Hai mai visto un Uomo Solo, cadere più giù di te? Hai mai visto dei sogni volare?”. Risponderei di no, se non avessi avuto la fortuna di conoscere Nick Drake. Un uomo ,quando sa che arriverà la sua fine,non può pensare che l’ultima cosa che vorrà compiere nella sua vita sarà baciare dei fiori e sentirne il suo profumo, se non si chiama Nick Drake.

Potevi dopo avere baciato dei fiori, essere pronto per il grande salto, per lasciare tutto quello che vi era di brutto ma anche di bello nella tua vita, Nick? Compresa la musica? Io penso di no ,amico mio. Noi avremmo voluto raccogliere ancora i frutti del tuo raccolto, che non era ancora del tutto finito, come pensavi tu.
So long Nick.  (Roberto Banchini)

* Travis, Captain America e Lo Sciamano. Band vissuta negli anfratti della provincia pisana, attorno agli anni 90, autori di un non finito per loro volere, concept epicolisergico, costruito su un sogno, mai sognato, di un uomo alla ricerca di se stesso nei granelli di sabbia del deserto. A detta dei pochi che sono riusciti ad avere la fortuna di ascoltarli, la loro musica era una miscela di acid prog kraut punk rock. Una sera dopo una sana ubriacatura si sono salutati, e detti arrivederci, a quando non è dato saperlo. Travis sembra sia stato avvistato alls guida di taxi newyorkesi, Capt America pare faccia il corriere di sostanze celebrali tra Messico e Stati Uniti, Lo Sciamano vive in Marocco in una tribù Gnawa, cercando il suono della musica muta. Ma tutti e tre hanno scopato il coccodrillo, questo è sicuro, e presto torneranno. 

 

From the Morning

A Nick Drake

Non riesco a scivolare
lungo il percorso
che mi avete preparato,
non conosco il significato
di questa mia estasi d’amore
e non chiedetemi
di abbassare lo sguardo
e camminare diritto sotto al sole.
Sembra tutto cosi pallido
e infinitamente dolce,
vorrei abbracciarvi tutti
e sussurarvi il mio segreto,
vorrei congelare questi attimi
cosi tenacemente intensi
e farli emergere
nel delicato oblio del crepuscolo
quando non c’è più speranza
di vedere ancora il sole
prima di un’altra lunga notte
di sospiri appena fuori dalla finestra.
E davvero mi chiedo perchè
e non basta mai il tempo
quando ho bisogno
di guardare il cielo
e le cose dietro al sole
col loro mistero.
Eppure vorrei solo amare,
vorrei solo amarvi tutti
e tanti altri volevano solo amarvi
e tanti altri volevano solo salvarvi
e il delicato oblio è adesso,
è arrivato silenzioso
e le vostre voci confuse
non bastano a coprire
l’amore del mio respiro

(Luca Buonaguidi)

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