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Ryley Walker’s “Primrose Green”: la recensione di CaniBastardi

Paride Campagnolo 1 aprile 2015 Musica Nessun commento
Ryley

Finalmente abbiamo tra le mani il disco nuovo di Ryley  Walker, dopo l’intervista non stavamo più nella pelle, anzi nei peli essendo cani.

Se ne occupa uno dei nostri nuovi bastardi, Paride Campagnolo, il cane bastardo del padule.

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Primrose Green
Ryley Walker

Fare le recensioni, ecco, non si dovrebbe recensire nulla a meno che non se ne sappia di più del soggetto che dobbiamo recensire, altrimenti di che parliamo. Chiamarle in un altro modo, trovare un nome alla bisogna, non facile, no, però se si è chiamati all’incombenza
dall’agitatore indiscusso dei Cani Bastardi non si può che obbedir tacendo, quindi, ecco la storia: basta leggere un po’ in giro ed è tutto un susseguirsi di paragoni, con Tim Buckley, Nick Drake e perfino Van Morrison… ok c’ero cascato anch’io per via di quella cosa della copertina alla Astral Weeks.

È il casino delle recensioni al tempo di Internet, dopo una settimana tutti hanno scritto tutto, quindi l’unica cosa che rimane da fare è raccontare quello che ci passa per la testa anche a rischio di sparare qualche sfondone. Mi sono trovato fra le mani questo cd (la durata è da vinile come ogni pubblicazione che si rispetti, da un po’ di tempo a questa parte) dopo che sul sito dei Cani Bastardi era apparsa una intervista a Ryley Walker e, confessando la mia ignoranza, mi sono messo ad ascoltare. E lì son rimasto per un po’, a vedere dove andava a parare il ragazzo con tutto quel catalogo di musica folk anni 70 che gli girava in testa, l’inizio con Primrose Green, sognante e un po’ allucinata come il cocktail da cui prende il nome (ok, questa è una paraculata, bastava Google per saperlo),il susseguirsi di due pezzi pieni di sonorità jazz, contrabbasso, vibrafono e tutto il necessario, un blues in punta di corde, l’ipnotico finale (forse il punto che preferisco di tutto il disco) di Love Can Be Cruel… e qui mi fermo.

 Riandare indietro a memoria, cercare di ricordare dove hai sentito quei suoni, vecchi dischi ascoltati anni fa, Solid Air su tutti, elegante ipnotico e perfetto, oppure la via moderna al folk-rock venato di psichedelia di Jonathan Wilson. Forse è proprio qui il limite del disco. Un disco tecnicamente perfetto che però ti costringe appunto, a dire ok, dove ho già sentito questa chitarra, questo piano, questo suono (e in questo la copertina citazionista non aiuta).

Però, però c’è qualcosa, che sia la tecnica chitarristica e vocale di Walker, l’oggettiva bellezza dei brani oppure i musicisti presi dalla scena jazz di Chicago (altra paraculata) che danno timbro e freschezza a buona parte del disco, ecco, quel qualcosa che ne fa
veramente un gran bell’album. Magari potremmo considerarlo un album di standard, un piccolo compendio degli anni 70 a uso e consumo di chi, in quegli anni, era ben lontano perfino dal nascere.

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